Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull'ingiustizia. Enrico Berlinguer
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domenica 15 luglio 2012

Sinistra: il coraggio e la misura


Se oltrepassiamo il paranoico dibattito che si è aperto sulle alleanze tra i partiti in vista delle prossime scadenze elettorali italiane, ci accorgiamo che il tema vero è quale visione generale e quale idea di società siano adeguate per un cambiamento che non sia soltanto di facciata e che incida nelle condizioni materiali delle persone.

Tre questioni, tra le altre, si impongono: restituire credibilità ad una classe politica percepita come vecchia, inefficace, privilegiata e corrotta; riportare sotto il controllo democratico i meccanismi impazziti della finanza e dei mercati; migliorare la qualità dell’esistenza di quei milioni di soggetti umani che si arrabattano per non perdere la dignità, a partire dai giovani mortificati dal precariato.

Per affrontare questi problemi enormi, non c’è bisogno né di splendidi isolamenti dalle cui vette dispensare le magiche ricette né di larghe convergenze entro cui fare convivere chi pensa che la soluzione sia aggredire le diseguaglianze con chi sostiene che lo stato sociale debba sempre più assottigliarsi fino a scomparire.
C’è bisogno, invece, di chiarezza sui contenuti e, contemporaneamente, di formare una massa critica intorno ad un discorso e ad una proposta che siano in grado di parlare al Paese e di raccogliere il necessario consenso per vincere. E questo non lo si fa con gli schemi astratti tra progressisti e moderati o con l’infantilismo politico del trasporre automaticamente certi modelli in contesti altri, bensì attrezzando un percorso che coinvolga tutti i segmenti che compongono l’Italia, specialmente quelli poco o mai ascoltati.

Una rotta del genere non può non partire da un giudizio severo sul Governo Monti e da una presa di distanza dalle sue politiche per marcare una cifra culturale opposta.
Il tratto ideologico ed unificante delle riforme promosse dai cosiddetti tecnici (pensioni, mercato del lavoro, tagli lineari ai servizi pubblici travestiti da spending rewiew) consiste nel non considerare, e conseguentemente punire, le responsabilità di chi la crisi l’ha prodotta a danno di chi la sta pagando sulla propria pelle, ovvero nella rimozione delle differenze tra la minoranza che continua ad accumulare e sperperare, nonostante la crisi, e la maggioranza che ha perso il lavoro o fa fatica ad arrivare a fine mese.

Un esempio concreto di questo modo d’agire del Governo: preferire l’aumento dell’Iva, che colpisce indistintamente, alla tassazione delle rendite e delle transazioni finanziarie e dei grandi patrimoni (in luogo, ad esempio, dell’Imu sulla prima casa) o ad una lotta senza quartiere all’evasione fiscale, all’economia sommersa, ai capitali esportati all’estero.

Del resto, non che ci si potesse aspettare qualcosa di diverso da un esecutivo formato, prevalentemente, da liberali moderati (con qualche venatura di paternalismo) che oscillano tra una riverenza ossequiosa ai mercati e un calcolato vuoto di contenuti nel contrastare le situazioni di chi sta peggio.

Ciò nonostante, è opinione diffusa che Monti abbia conseguito brillanti risultati al recente vertice internazionale di Bruxelles e che la competenza sua e della sua squadra sarà indispensabile anche per la fase politica successiva; questa è la convinzione di fatto e con essa bisogna scontrarsi, non per strenua testimonianza ma per impostare meglio il processo sopra indicato.

Occorre, al più presto, un luogo di dibattito pubblico e di costruzione di proposte che tenga insieme chi crede che sia possibile definire i tratti essenziali di un programma alternativo al liberismo e al populismo, che riattivi i movimenti (dei precari, delle donne, per la libertà d’informazione, per i beni comuni, per i diritti del lavoro e civili), la cittadinanza impegnata, coloro che credono che la democrazia rappresentativa vada integrata con robuste iniezioni di democrazia diretta, i tantissimi amministratori virtuosi (non solo i sindaci!), quel popolo del centrosinistra che vota PD (oltre a quella parte che si identifica con SEL o IDV) e che ormai mostra palesi segnali d’insofferenza per il sostegno supino al Governo Monti e per le strategie confuse e attendiste in vista del futuro.

Un luogo che sia palestra per una classe dirigente giovane, colta e preparata e che intessa il dialogo perfino con esponenti autorevoli di questo stesso Governo, si pensi al Ministro alla Coesione Territoriale Fabrizio Barca ed alle sue idee fuori asse rispetto alle direttrici montiane.
Soltanto in questo modo potremo mandare in soffitta gli alchimisti della rincorsa ai moderati e raddrizzare le nostre sorti con sguardo lucido e coraggioso.

Giuseppe Morrone

sabato 14 luglio 2012

I sommersi e il salvato


“Prendo il giornale e leggo che di giusti al mondo non ce n’è”. Così iniziava il “Mondo in M7”, un brano musicale che scalò le classifiche. Era il 1966 e bastava infilare una moneta da 50 lire nel juke-box perché i bar del centro e della periferia delle città, si riempissero della voce di Adriano Celentano e si gonfiassero di indignazione. Il suo rap ante litteram soffiava sul fuoco che covava sotto la cenere. Eravamo ai preliminari della grande contestazione del ’68. Da allora la giustizia nel mondo non è aumentata, al contrario dell’assuefazione alle terribili notizie.

Mercoledì 11 luglio 2012, prendo il giornale e leggo che 54 immigrati provenienti da Tripoli sono morti in mare. Ma la notizia non fa grande clamore. Un naufragio di Costa Crociere fa più audience. Sono morti di sete, non annegati, come invece capitò a Fleba il fenicio, il fluttuare delle cui membra nelle acque marine è cantato da Thomas Stearn Eliot, rendendolo così eterno. Non esiste una classifica di morti terribili. Eppure morire di sete in una distesa d’acqua ci appare ancora più assurdo e mostruoso, come annegare in una pozzanghera nel deserto del Sahara. Solo che quest’ultimo è un paradosso mentale, l’altra una tragica realtà quotidiana.

L’acqua è un bene comune. Sì, ma a costo di grandi lotte e comunque non in mare. Là il non possesso traccia il confine tra la morte e la vita. Erano partiti in 55, uno solo può raccontare il progredire della micidiale disidratazione collettiva. Ma di che vita vivrà? I sommersi e il salvato. Primo Levi, in conclusione della sua splendida trilogia, scriveva che in fondo tutto quello che aveva voluto dire è che l’immane tragedia dell’olocausto, per il solo fatto di essere già accaduto, avrebbe potuto ripetersi. E’ vero, ma qui la tragedia si ripete con frequenza infinita. La bella stagione è amica della morte, ancor più della cattiva. 170 morti dall’inizio del 2012? Quelli sicuramente accertati. Ovvero non meno, ma quanti siano stati in realtà nessuno lo può realmente dire. E di tutto ciò resta solo qualche dichiarazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Il nostro ministro Riccardi ha auspicato il rafforzamento del dialogo e della cooperazione. Altri neppure questo.

Qualcosa si è mosso nel nostro paese per regolarizzare le presenze di cittadini extracomunitari. Too little too late, direbbero gli inglesi. Intanto il mare nostrum continua funzionare come un cimitero liquido di capacità illimitate. La vecchia Europa sprofonda nella crisi creata dalle assurde regole imposte dalle elite che la comandano, mentre le giovani generazioni d’Africa muoiono di guerra, di fame, di sete. E’ il nuovo mondo, cui bisognerebbe ribellarsi, non più in M7, in G20.

Alfonso Gianni

Fonte: unita

Dal no al liberismo una nuova sinistra


La politica non può diventare la fabbrica dell’obbedienza, lo spazio senza alternative, il circoscritto reparto di una specializzazione tecnica. Per questo ho trovato la discussione aperta da Mario Tronti sull’Unità una vera e propria boccata d’aria, di fronte al dilagante conformismo di maniera. Tronti, seguito da Vendola ed altri autorevolissimi contributi, parla di noi, della sinistra e della sua soggettività politica, per parlare del mondo e delle cose che possono provare a trasformarlo. È un esercizio di onestà intellettuale che non appartiene ai tardi epigoni di Margaret Thatcher, che soleva dire, in spregio ai suoi oppositori, che solo con T.i.n.a. (There is no alternative – al liberismo – of course) avrebbe potuto affrontare i problemi del suo paese. È un vecchio vizio dei conservatori travestire d’oggettiva necessità le loro scelte. Neppure l’azzardo dell’affermazione della propria ragione contro il torto altrui, solo l’annullamento sistematico della legittimità dell’altro. Il pragmatismo liberista è vissuto di questa rendita e ha fagocitato progressivamente, con le sue leggi “oggettive” e il “neutro” interesse del mercato, la sfera dell’economia e poi quella della politica. Le parole di Tronti come pure quelle di Rosi Bindi, per dire di chi non viene dalla mia storia, hanno affrontato il problema da un’angolazione che critica il paradigma liberista, cosa che condivido profondamente.


Il tema è, quindi, individuare quale spazio per costruire un nuovo campo in cui far crescere le idee differenti dal “liberismo necessario”, di cui ci parlano in continuazione, e quali pratiche democratiche per rompere la principale conventio ad escludendumdei tempi nostri, quella delle persone. Per me l’oltrepassamento delle due sinistre, non la loro fusione frigida, parte da queste due ambizioni. Il primo terreno è quello europeo. La proposta degli Stati uniti d’Europa sta in piedi solo se si riuscirà a configurare un vero demos europeo. Per farlo non ci servono discussioni grottesche sulle identità, che per fortuna esistono e rappresentano una ricchezza, ma sulla possibilità di strutturare un patto di cittadinanza, la cui base non può che essere l’unificazione di politiche attive (welfare, energia, ambiente, diritti sindacali, politiche industriali, infrastrutture). Con ciò sarà più forte il coordinamento delle politiche fiscali e di bilancio. Questo è il primo terreno di convergenza che vedo tra noi, il Pd e tante forze sociali e civili, come viene giustamente esplicitato da Latorre e Vita. Proprio per praticare tale strada dobbiamo decidere se in Italia possa esistere una soggettività politica che contribuisca alla critica del paradigma liberista e che progetti una proposta di governo alternativa a quello esistente. Il Pse, che in Europa sta affrontando con serietà la critica al quindicennio neoliberista blairista, è il campo privilegiato di questa convergenza.

Per un tentativo del genere va archiviato Monti, il montismo e, aggiungerei, il tatticismo esasperante che ha introiettato ineluttabilmente l’assenza di alternative. Persino il tanto invocato rinnovamento, necessario e non rinviabile, deve essere in primo luogo un cambio di politiche e di persone che le sostengono. In questa prospettiva non vedo come sia praticabile ciò che alcuni chiedono, a partire da Casini, ovvero impegnarsi fin d’ora a proseguire le politiche di Monti. Non mi convince la tesi di Macaluso e onestamente non vedo, dopo i provvedimenti votati per la “salvezza” dell’Italia, come si possa ancora negare la natura classista di Monti che loda i fallimentari Mussari e Marchionne mentre non perde occasione per additare come nemici del popolo e della “patria” tutti quelli che si permettano di contestare le sue scelte, a partire dai sindacati.

Infine, credo che il terreno per una condivisione, un nuovo inizio per le forze di rinnovamento nel nostro paese sia quello di praticare una democrazia diretta e radicale. Non un estenuante rinvio delle proprie responsabilità, un eterno processo referendario, ma una pratica di relazioni che consenta alle idee di attraversare i partiti e non viceversa. Del resto, le proposte più innovative venute dalle primarie sono state anche quelle vincenti. Passiamo subito all’azione, costruiamo luoghi dove si possa decidere insieme a tanti cittadini che credono nella politica come strumento per il cambiamento quali siano i nostri obiettivi, impegnandoci a mantenere i patti con il nostro popolo anche dopo le elezioni. Non una resa di conti tra storie che, ha ragione Bindi, appartengono effettivamente al passato, ma un luogo comune e plurale di costruzione del presente e del futuro.

Gennaro Migliore

Pubblicato su l’unità

mercoledì 25 aprile 2012

Una memoria senza sconti


In un paese diviso non per pregiudizi ideologici ma per la realtà delle cose, è difficile che la memoria unisca tutti. E forse è un bene che sia così. E’ un bene che quest’anno il 25 aprile a Roma non abbia tra gli ospiti poco desiderati Alemanno e la Polverini. E’ un bene che l’Anpi abbia scelto di non corteggiare alcuna retorica spiegando al sindaco e alla presidente della regione che il giorno della Liberazione è un giorno di scelte: o si sta dalla parte della democrazia e dell’antifascismo o si ammicca ai giovani fascisti di borgata, ai saluti romani di casa Pound, al circo degli amici camerati piazzati a dirigere il sottogoverno della capitale e della regione come vecchi democristiani.

L’Italia oggi è un paese libero ma diviso. E il 25 aprile serve a ricordarci entrambe le condizioni: il prezzo pagato 67 anni fa per dirci oggi liberi e il peso di quelle divisioni che rendono insostenibile e umiliante l’esistenza per molti italiani. Se tre milioni di disoccupati hanno cronicizzato la loro rassegnazione e non cercano più un’occupazione, se le dieci famiglie più ricche del paese valgono economicamente – redditi, proprietà, rendite – come tre milioni di famiglie, se lo “spread” (quello vero, inciso sulla carne viva dell’esistenza) continua a divaricare come un forcipe l’Italia allontanando inesorabilmente chi ha sempre di più e chi non ha affatto, il 25 aprile deve farsi carico anche di questo.E deve proporre gesti, scelte, parole di liberazione, qui ed ora, dalle condizioni di una nazione non solo sempre più povera ma anche più diseguale.

Il 25 aprile parla all’Italia ma racconta anche l’Europa. Il governo delle destre, da Sarkozy alla Merkel, da Cameron a Monti, è chiamato a fare i conti col fallimento del proprio progetto politico. Un progetto diffuso, destinato a trasformare i diritti in merce, a sottomettere le pratiche della democrazia alle speculazioni delle borse, a trasformare il progetto civile e sociale dell’integrazione europea nel governo indiscusso della sua banca centrale. Un primo segnale è arrivato dalla Francia. Altri segni, altri gesti andranno costruiti con pazienza ovunque. Anche restituendo intransigenza alla memoria della resistenza e della liberazione: senza sconti per nessuno.

Claudio Fava

martedì 17 aprile 2012

"L’antipolitica ci fa fare un pauroso salto indietro"










"La ripoliticizzazione dei partiti e la loro rifondazione deve passare attraverso un nuovo agire collettivo in grado di restituire un messaggio di speranza". E’ questa la ricetta di Nichi Vendola contro l’antipolitica che monta nel Paese. Per niente ammaccato dalle notizie che lo vedono indagato il governatore pugliese è più che mai intenzionato a rilanciare l’azione politica del centrosinistra.

“Dobbiamo interrompere questo cortocircuito antropologico con una coalizione di centrosinistra che sia una grande alleanza tra politica e nuove generazioni. A settembre convochiamo gli Stati generali del futuro e riconsegnamo un messaggio di nuova prospettiva”.
Vendola, secondo lei bisogna rifondare i partiti. Secondo Angelo Panebianco invece, andrebbe rivisto il loro ruolo: non piu’ principi, ma sherpa al supporto di coloro che si sfidano sul piano elettorale. Che ne pensa?
“Non sono d’accordo. Dobbiamo partire dalla crisi che c’e’ in Italia e in Europa per capire dove si forma l’onda melmosa dell’ antipolitica che rischia di montare e che rappresenta un pericolo per
il futuro dello stesso vecchio Continente. Noi siamo in una fase in un cui il mix micidiale di disoccupazione di massa, recessione e caduta libera della credibilita’ della politica rischia di segnare un drammatico punto di cesura rispetto alle narrazioni civili e democratiche che hanno plasmato la nostra storia dal 1945.

Crisi della politica e crisi sociale: c’e' davvero il rischio di un salto nell’abisso per la democrazia?
«Purtroppo ci sono precedenti. Crisi sociale e crisi democratica in Europa nel Novecento hanno partorito il fascismo».

Non credera’ che siamo di nuovo di fronte a spinte di quel tipo?
«Evocare questo precedente, sia chiaro, non deve servire a nevrotizzare la discussione ma a rendere piu’ approfondita l’analisi di questa crisi. La spinta di nuovi populismi nazionali si aggancia allo smarrimento di grandi porzioni del Continente e puo’ scommettere sullo smottamento del ceto medio e la precarizzazione della vita produttiva delle nuove generazioni. L’antipolitica puo’ essere l’incubazione di una paurosa regressione, in forme modernissime si puo’ prospettare un vertiginoso salto indietro perche’ la globalizzazione senza regola ha trasformato la politica in una contesa rumorosa e talvolta priva di oggetto».

Il ministro Riccardi individua nei partiti la responsabilita’ di non aver saputo leggere e quindi governare questa globalizzazione.
«Con la globalizzazione la politica si e’ fatta paurosamente debole e la finanza paurosamente forte, mentre le destre hanno costruito il circolo del loro consenso mettendo insieme la baldanzosa
apologia del primato della finanza globale e il mito delle piccolo patrie. Hanno messo in atto la predicazione razzista, il paradigma della paura fondata sull’ evocazione di fantasmi della diversita’. Il punto di svolta e’ che l’Europa rischia di spezzarsi nella propria spina dorsale. Non c’e' più l’ Europa del welfare, di un racconto civile e sociale. E’ la prima volta che in Italia, ad esempio, le giovani generazioni si sentono globalmente escluse da un circuito produttivo, il ceto medio si va restringendo. In questo contesto i partiti sono stati arroganti perche’ deboli, voraci perche’ contavano poco».

Da dove si deve ripartire, allora?
«I partiti devono ricominciare ad affermare un proprio punto di vista autonomo, ripartendo dal concetto di bene comune e abbandonando questo asservimento alle lobby e ai gruppi di potere».

In realtà le vicende Lusi e Lega hanno dimostrato che molto spesso e’ stato l’ interesse personale a determinare l’agire dei alcuni politici.
«La domanda che bisogna porsi e’ come mai vent’anni dopo tangentopoli siamo allo stesso punto? Forse perche’ vent’anni fa la corruzione veniva percepita come una patologia mentre oggi viene percepita come la fisiologia della vita pubblica. Ma dobbiamo raccontare tutta la verita’: se nella politica c’e’ chi e’ corrotto vuol dire che nella societa’ c’e' chi corrompe ed aver fatto della politica l’unico imputato vuol dire non voler capire quanto profondo sia il guasto. Ci sono pezzi del sistema d’ impresa, delle corporazioni, della burocrazia che hanno assediato la politica per interessi privati e non collettivi. Nella misura in cui tutto e’ mercato, tutto ha un prezzo, anche la politica si e’ organizzata come mercato elettorale tanto e’ vero che le campagne elettorali sono diventate giostre faraoniche di spreco di risorse».

E questo e’ uno temi su cui si dibatte di piu’. C’e’ chi sostiene che bisognerebbe abolire i finanziamenti pubblici.
«Si dovrebbe stabilire un tetto massimo di spesa per le campagne elettorale, si deve procedere subito con una legge sulla trasparenza dei bilanci, che devono dimagrire e si deve tornare ad un
regime di sobrieta’. Ma quando abbiamo fatto tutto questo rischiamo di aver operato in superficie se la politica non si riappropria di un suo punto di vista autonoma su modello di sviluppo, crescita, etica, organizzazione dei beni pubblici. Spetta alla politica indicare i vincoli e limiti di una crescita economica che non può mai assumere contorni di neoschiavismo e di arretramento dei diritti universali».

Intanto, mentre i partiti si interrogano su come riacquistare la fiducia dei cittadini Beppe Grillo avanza.
«L’antipolitica non e’ l’antidoto alla cattiva politica e’ la sua variante più pericolosa perchè mette sul piedistallo l’epopea e la retorica di un demiurgo, di una personalità che propone il proprio carisma come una sorta di esorcismo e attraverso le bestemmie salvifiche pensa di voler far sparire il mondo dei cattivi. Per questo serve un’alternativa forte di buona politica che metta insieme il valore della democrazia e la centralità di una giustizia sociale».

Intervista a Nichi Vendola uscita oggi su L’Unità a cura di Maria Zegarelli.


lunedì 16 aprile 2012

L'amore assassino











L’assassinio di donne è all’ordine del giorno, come cronaca di quotidiana, efferata violenza di uomini sulle donne. Atavica pulsione maschile, spesso in agguato tra le mura domestiche più che nei luoghi – lo ripetiamo ad ogni femminicidio – esposti o poco protetti delle metropoli. E pulsione densa, viene subito da dire ai più, di tutti gli arcaismi immaginabili e ipotizzabili, un male dei primordi delle relazioni tra i sessi, che la modernità dei diritti, l’emancipazione delle donne, la libertà femminile non sono riusciti a debellare. Ma le cose non stanno proprio così ed è fuorviante attenersi allo schema interpretativo che mette in primo piano come spiegazione il carattere arcaico della violenza maschile, la logica patriarcale ad essa sottesa.

Uno schema di questo genere è in realtà nient’altro che una sorta di meccanismo giustificatorio e liberatorio, che impedisce di guardare più da vicino le questioni, nascondendole dietro l’indecifrabile cortina di un’ incombenza che vien da altri mondi e epoche e qualche volta esce fuori, così, come un male della natura. E contro cui dunque quasi nulla di veramente risolutivo si può fare, se non invocare la moltiplicazione dei dispositivi di sicurezza a protezione dell’incolumità delle donne. Ma a che servono misure di questo genere quando la violenza è quella della casa dove si condivide una storia d’amore nata o andata a male o all’improvviso impazzita come la maionese e quando la mano assassina è quella di un uomo con cui condividi quel tratto della tua vita? Atavica pulsione maschile sicuramente: su questo aspetto non c’è molto da dire, la storia delle relazioni tra i sessi ce lo racconta fin nei dettagli. Espressione tuttavia, questa pulsione, non di un’epoca arcaica ma in tutto e per tutto della nostra epoca, delle sue contraddizioni e dilemmi, delle sue libertà e strettoie, dei suoi passi avanti e delle sue regressioni.

Riprendo un passaggio contenuto nell’articolo di Celeste Costantino intitolato “La fortuna di non essere uccisa”, del 4 aprile scorso. Il passaggio mette a fuoco un aspetto a mio giudizio di grande importanza, che contribuisce ad affrontare il problema dal verso giusto. Scrive Celeste che“aumentano le violenze fra le giovani generazioni e la maggior parte delle uccise quest’anno non aveva superato i 35 anni”. In tempi di crisi, argomenta ancora Celeste, “l’umanità che ci troviamo di fronte è un’umanità abbrutita, di sconvolgimento dei ruoli. Se da una parte lo stato di precarietà avvicina i ragazzi e le ragazze e li mette nelle condizioni di ragionare intorno ad un’idea indifferenziata di cittadinanza, dall’altra parte la condizione “nuova” per i giovani uomini di non rispecchiare il modello materiale del padre – il ruolo che gli è sempre spettato nella società – porta con sé un lutto senza elaborazione con dentro un grande carico di violenza.

Oggi l’unica “cosa” che puoi possedere è un’altra persona.” Penso che si debba partire proprio da qui, perché qui, nel lutto non elaborato di qualcosa che si è perso senza sapere neanche che cosa fosse ma che ti performava l’esistenza e dava ordine alle cose della tua vita, proprio in questo consiste il nocciolo duro della questione. L’amore assassino che muove oggi la mano maschile non è il frutto velenoso dell’ordine patriarcale ma, al contrario, della dissoluzione di quell’ordine. La violenza maschile contro le donne è indizio oggi non del patriarcato, ma della sua crisi. Il lessico lo dice, perché le parole mettono in luce non solo la cornice e l’affresco di una fase storica ma quello che c’è dietro, soprattutto le parole nuove. inventate, riacchiappate, stanno a indicare i passaggi e le svolte, soprattutto quelle radicali.

L’affermarsi, per esempio, di una parola inedita e acuminata come “femminicidio” è emblematico: parola impensata e impensabile in epoca di dominio patriarcale, con le donne prive di soggettività giuridica e statuto morale, minus habentes da indirizzare, controllare, punire se necessario. Violenza sulle donne legittima, dunque, con quell’ordine, perché le donne dovevano fare quello che dovevano fare: punto e a capo. Stare al loro posto. E se le cose non quadravano la potestà maschile era legittimata a intervenire. Sino a un certo punto? Niente affatto, perché, in ogni caso la riprovazione sociale era sempre contro la donna che disobbediva. E’ con la crisi di quell’ordine, di quella potestà, che la violenza contro una donna, l’assassinio di una donna vengono riconosciuti per quello che sono. L’hanno chiamata così le donne in primo luogo, non accettandola più come qualcosa di naturalmente connesso all’esercizio di un’autorità riconosciuta. Potere maschile considerato invece arbitrario, lesivo della dignità e autonoma soggettività femminile.

Ma è proprio la sfaldamento dell’autorità maschile, non sostituita da un altro modo di approcciarsi al mondo e alle relazioni con l’altro sesso, che alimenta la società del disagio maschile. Non tutti assassini di donne, ovviamente, ma tutti, salve rare eccezioni, incapaci di farsi carico del problema come di una questione che li riguarda sul piano sociale e simbolico, se non, va da sé su quello giudiziario.

La crisi del patriarcato ha trovato gli uomini muti e incapaci finanche di capire la natura profonda delle trasformazioni dei rapporti tra i sessi e la natura nuova e fuori norma della violenza maschile. Per loro, per tutti i maschi, quell’ordine non era il frutto di una complessa costruzione storico-sociale e di antropologia umana, ma una sorta di stato naturale delle cose, interiorizzato e vitale per il loro stare al mondo. E’ come se si fosse dissolta la tutelante coperta di Linus. Poche voci intermittenti e molto silenzio. Ciò che viene chiamata violenza sulle donne si estende, si allarga, a misura che le donne stesse acquisiscono libertà e accesso a ruoli di potere, mettendo in discussione molte cose.

Come sottolinea Celeste Costantino, questa violenza penetra a guastare i rapporti delle generazioni più giovani, quelle che dovrebbero costruire le basi di una nuova civiltà delle relazioni tra i sessi. Libertà e potere femminili fanno paura e non a caso la violenza maschile si esprime anche nella misoginia di leggi repressive e lesive anche della libertà sessuale e riproduttiva e in forme di regressioni culturali sempre dietro l’angolo, in formule di giustificazione dei femminicidi che dovrebbero inquietare e suscitare riprovazione. E invece passano. “L’ha fatto per amore”. Nel frattempo impotenza e frustrazione subentrano anche nei giovani maschi, di fronte alla perdita non elaborata di un’autorità che una volta era legittima – quando famiglia e comunità sociale gravitavano intorno alle figure di capi maschili – e ora non conta o conta se la donna l’accetta e la condivide.

E’ da qui che bisognerebbe ricominciare a ragionare, ipotizzare, sperimentare, soprattutto tra i più giovani, ragazze e ragazzi. Farne un tema di narrazione, rappresentazione, sfida dei giovani maschi nel rapporto con le loro coetanee e con le donne in generale. Salve ovviamente tutte le misure che possano aiutare ogni donna che ne abbia bisogno a scampare al suo aguzzino. E possibilmente a prevenire.

Se non da loro, dai giovani di oggi, da chi può venire un passo decisivo a farne un problema di tutti, della società, delle relazioni che contano per il presente e il futuro, e non soltanto delle vittime?

Elettra Deiana

giovedì 5 aprile 2012

Una riforma contro il lavoro











Valuteremo nelle prossime ore con maggior dettaglio il testo della riforma Fornero-Monti. In ogni caso vi è nei fatti un problema di metodo gigantesco, la riforma Fornero nasce e si sviluppa nei sottoscala della politica, in accordicchi tra i partiti che sostengono in Parlamento il governo Monti, fuori da un confronto reale con il Paese e le forze sindacali. Il sindacalismo italiano potrebbe uscire indebolito ed umiliato da questa riforma.

Inoltre si mette la parola fine sulla straordinaria vicenda del diritto del lavoro italiano come diritto asimmetrico, capace cioè di riconoscere e tutelare il soggetto più debole – cioè il lavoratore – nel rapporto con l’impresa.

La cura, per quello che Monti e Fornero chiamano il ” dualismo perverso”, del mercato del lavoro, ovvero la difformità di tutele fra lavoratori stabili e lavoratori precari, è infatti risolta tout court con un livellamento al ribasso, scegliendo non di ampliare le garanzie ma di ridurle a chi le aveva conquistate.

In particolare riteniamo sbagliata la riforma per le modalità con cui affronta alcuni snodi fondamentali:

- l’articolo 18 per come lo abbiamo conosciuto non esisterà più, il reintegro è reso quasi impossibile e lo spazio d’intervento del giudice relativamente alla insussistenza non è ben definito. La questione è clamorosamente confermata dallo stesso Monti, che si è affrettato a tranquillizzare le aziende specificando che “il reintegro è riferito a fattispecie estreme ed improbabili”. Su questo punto si allude anche ad un cambio sostanziale di pelle e ruolo del sindacato, protagonista della conciliazione e anche della presa in carico per la ricollocazione del dipendente (insieme alle agenzie di somministrazione).

- L’apprendistato dovrebbe diventare il contratto prevalente per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Intanto la riforma mette le mani avanti: per i prossimi tre anni su dieci apprendisti l’azienda avrà l’obbligo di assumerne tre. Inoltre in barba alla centralità del contratto a tempo indeterminato ogni tre assunti due potranno essere in apprendistato (oggi il rapporto è uno a uno). In ogni caso l’apprendistato di cui stiamo parlando è quello di Sacconi, normato dal testo unico decreto legislativo 187 del 2011 che prevede tra le altre cose una sostanziale riduzione della parte formativa e addirittura l’autocertificazione delle imprese circa la formazione erogata all’apprendista.

- I contratti a termine non dovranno essere più giustificati con il c.d. “causatone”.

- Persino la norma sulle partita iva rischia di essere un vero pasticcio perché uccide la natura del lavoro indipendente nel ricondurlo alla forma contrattuale dei co.co.pro. Inoltre risulta difficile per un professionista decidere ex ante se un contratto rischia di divenire il 75% delle sue entrate e assumere il profilo della monocommittenza.

- Non viene abolita nessuna delle quarantasei forme contrattuali, nemmeno le più precarie, tra cui il contratto d’inserimento, il lavoro intermittente, la collaborazione a progetto.

- Anzi viene reintrodotta, assente nella precedente bozza, la forma odiosa dell’associazione in partecipazione.

- Nulla per combattere il precariato.

- Nulla sul reddito minimo.

- Nulla sulle politiche per lo sviluppo della nostra economia.

- Sugli ammortizzatori la situazione è drammatica: si passa da un sistema che garantiva, con le diverse forme, uno scivolo che poteva arrivare fino a quattro-cinque anni e il mantenimento del rapporto con l’impresa, ad un sistema che sgancerà immediatamente l’azienda dai lavoratori, lasciandoli totalmente soli con un sostegno economico di pochi mesi a separarli dal dramma della crisi economica e della disoccupazione.

Le cose vanno chiamate con il loro nome, siamo di fronte ad una riforma contro il lavoro. Il governo Monti sotto la spinta di una ideologia feroce, quella del conservatorismo globale, toglie valore al lavoro e lo subordina alle dinamiche macro economiche. Lo Stato nazionale piegato dalla crisi finanziaria scarica le sue difficoltà sul lavoro, le famiglie, le piccole imprese. La riforma Monti Fornero trasforma il diritto al reintegro da regola ad eccezione, monetizza il rapporto di lavoro svalorizzandolo e abbandona le persone che perdono il posto di lavoro al loro destino individuale. Così si abbatte il welfare, o quello che ne rimaneva, e il sistema di protezione sociale costruito nell’Europa del secondo novecento.

Siamo convinti che la mobilitazione sociale e sindacale, il conflitto e la discussione parlamentare possono ancora evitare questa tragedia.

L’alternativa, anche di governo, si costruisce a partire dalle tutele del lavoro, soprattutto in una fase recessiva come quella in corso, da risposte concrete per i precari, da un welfare inclusivo che non lasci nessuno da solo di fronte alla crisi e che si faccia carico delle difficoltà di futuro per i più giovani e per le donne. Questa riforma non porterà neanche un posto di lavoro in più e consegnerà centinaia di migliaia di persone ad un impoverimento progressivo senza prospettive e certezze.

Sinistra Ecologia Libertà ha scelto da tempo da che parte stare, verificheremo nei prossimi giorni cosa farà il resto del centrosinistra.

Massimiliano Smeriglio

giovedì 8 marzo 2012

Fiom: da Sel adesione convinta alla manifestazione


Il lavoro è alla base della nostra costituzione, ed è alla base di ogni democrazia compiuta; combattere per i diritti di chi lavora è un dovere per chiunque ritenga che la dignità della persona e la difesa dei principi di legalità, partecipazione e equità sociale siano i pilastri di una comunità libera e democratica.

Oggi questi principi sono insediati da molti pericoli, ed in particolare il precariato, la discriminazione, la perdita progressiva dei diritti di rappresentanza e tutela rendono ogni giorno i lavoratori sempre più fragili, alla mercé di un mercato che non accompagna più lo sviluppo sociale del Paese, ma anzi lo deprime, orientandosi verso logiche estreme di profitto che non producono né “capitale comune” né ricchezza condivisa e equamente distribuita.

Tutti gli indicatori socio-economici lanciano l’allarme, ed il tasso di disoccupazione e di precarizzazione del nostro Paese stanno raggiungendo cifre drammatiche. Lavoratori precari creano un Paese precario, senza futuro e senza crescita.

Per questo Sinistra Ecologia e Libertà è a fianco della FIOM, ed aderisce con convinzione allo sciopero proclamato per il 9 marzo prossimo per tutelare i diritti dei lavoratori del settore metalmeccanico, duramente colpiti da una logica che mira a mettere i discussione il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del comparto e, con esso, i loro diritti individuali e condivisi; Saremo in piazza San Giovanni assieme al segretario Generale della Fiom Maurizio Landini ed alle migliaia di lavoratori per sollevare assieme a loro la nostra voce e difendere gli interessi dei lavoratori e del Paese.

Massimiliano Smeriglio

lunedì 30 gennaio 2012

La Crisi in Campania, le proposte di Sel per il lavoro e lo sviluppo








Le proposte di SEL per il lavoro e lo sviluppo

presiede: Gabriella Refuto - segretaria provinciale FLC-CGIL

intoduce: Arturo Scotto - coordinatore regionale SEL

relazioni di:

Sirio Conte - responsabile regionale lavoro di SEL

Andrea Amendola - segretario provinciale FIOM-CGIL

Raffaele Lieto - segretario regionale FILCAMS-CGIL

conclude: Massimiliano Smeriglio - responsabile nazionale lavoro SEL

Intervengono: Alfonso Marino, Nicola Marrazzo, Severino Nappi, Gennaro Oliviero, Peppe Russo, Franco Tavella

martedì 26 luglio 2011

Crisi Istituzionale, Sel chiede le dimissioni del sindaco

L’attuale conflitto istituzionale, tra il sindaco Antonio Tartaglione e il presidente del Consiglio comunale Angelo Zarrillo Maietta, ha evidenziato tutti i limiti politici e amministrativi della coalizione di centrodestra, uscita vincente nelle scorse elezioni due anni fa.

Una coalizione che, sin dai primordi, si è caratterizzata in misura maggiore per i conflitti, più o meno celati, tra i diversi “poteri” che intendevano e intendono ingerirsi nei gangli della macchina amministrativa, che per una compagine dalle idee chiare e dalle proposte concrete, utili nelle fasi di programmazione e realizzazione di uno sviluppo economico, sociale e culturale della nostra città.

I continui cambi di giunta e i passaggi repentini di consiglieri comunali eletti nelle fila dell’opposizione, passati a sostenere l’attuale amministrazione Tartaglione, dimostrano in maniera chiara un dato incontrovertibile: la maggioranza politico-elettorale uscita dalle urne non esiste più.

Questo dato, che può apparire scontato, è giusto ribadirlo soprattutto quando, con il venire meno della supremazia della politica, delle scelte limpide, si lascia spazio all’ingegneria della politica, una “scienza” che consente manovre più o meno chiare, a sostegno di cause più o meno giuste.

Sinistra Ecologia Libertà ritiene che la crisi istituzionale che ha investito l’amministrazione comunale segna il momento più alto della parabola discendente dell’amministrazione Tartaglione. Chiediamo, a gran voce, le dimissioni del sindaco perché è giunto il momento di dare nuovamente la parola ai cittadini, oramai stanchi delle continue lotte intestine della maggioranza che, inevitabilmente, si ripercuotono su una gestione fallimentare della Pubblica Amministrazione.

Seppur non presenti con nostri rappresentanti in Consiglio comunale, sulla mozione di sfiducia presentata da 15 consiglieri comunali della maggioranza, sindaco compreso, nei confronti del presidente del Consiglio comunale, della stessa maggioranza, Sinistra Ecologia Libertà ritiene improponibile nessun tipo di soccorso rosso e auspica un segnale forte e chiaro anche dai consiglieri comunali di opposizione che, proprio perché delegati dai cittadini a ricoprire tale ruolo, dovrebbero impegnarsi con tutte le loro forze nel mettere fine a questa nefasta esperienza amministrativa, sgombrando il campo da interpretazioni ingegneristiche e dagli intrighi di palazzo che i cittadini non sono più disposti ad accettare.

venerdì 27 maggio 2011

Referendum: I partiti in campo per i 4 Sì


I partiti politici Api, Idv, Pd, Pse e Sel di Marcianise, in vista delle prossime votazioni referendarie, hanno costituito un coordinamento unitario con l'intento di realizzare una campagna di sensibilizzazione ed informazione capillare per far vincere le ragioni dei Sì.

I partiti di opposizione insistono fortemente perché tutti i quesiti referendari vengano sottoposti agli elettori, contestando gli espedienti e i raggiri messi in campo, a pochi giorni dal voto referendario, da un Governo debole ed incapace con l'intento di sottrarre ai cittadini l'esercizio del diritto di voto.

In particolare, i partiti Api, Idv, Pd, Pse e Sel invitano le cittadine e i cittadini a votare il prossimo 12 e 13 giugno:

Due Sì per l’acqua pubblica. Perché l'acqua e la sua gestione debbano tornare pubbliche e rimanere fuori dal mercato, contro chi vuole fare profitti sui nostri diritti. Contro l'aumento esorbitante delle bollette idriche. Perché l'acqua non è una merce. Perché si scrive acqua ma si legge democrazia!

Un Sì per fermare il nucleare e per una politica energetica basata sulle fonti rinnovabili, pulite e sicure. Un Sì per cancellare la legge che vuole riportare l'Italia nell’incubo atomico.

Un Sì per affermare che davanti alla giustizia siamo tutti uguali, come sancito dalla nostra Costituzione, e perché la riforma della Giustizia non la fanno gli imputati.

Questi partiti saranno impegnati quotidianamente nei prossimi quindici giorni con stands informativi nella maggiori piazze cittadine, presso le fiere settimanali e gli istituti scolastici di ogni ordine e grado, per informare ed incentivare la partecipazione al voto di tutti i cittadini su tematiche di vitale importanza per la nostra vita e per quella delle generazioni future.

Il primo appuntamento è previsto per domenica 29 maggio, giorno in cui verranno allestiti cinque gazebo informativi nei seguenti punti della città: Piazza Carità; Piazza Onofrio Buccini (nei pressi del Convento di San Francesco); Rotonda di via San Giuliano (nei pressi della Jabil); Parco Primavera (nei pressi della chiesa della Madonna della Libera) e, infine, in via G.B. Novelli (nei pressi della Chiesa di San Simeone).

venerdì 29 aprile 2011

Gassificatore: "Il Sindaco fa bene a rinunciare, ora si avvii una raccolta differenziata spinta"

"Salutiamo con favore la notizia - appresa dalla stampa - relativa alla scelta del primo cittadino Antono Tartaglione di ritornare sui suoi passi e di rinunciare alla realizzazione del Gassificatore nella nostra città - afferma il coordinatore cittadino di Sinistra Ecologia Libertà Alessandro Martino. "Riteniamo che la salute dei cittadini e la salubrità del nostro territorio sono dei diritti "inviolabili" e non possono essere messe a rischio da scelte scellerate. Per dare seguito alla decisione del Sindaco ora occorre, però, revocare la delibera 437 del 26 novembre 2010. Ci auguriamo che dopo questa decisione l'amministrazione comunale avvii una seria raccolta differenziata, coinvolgendo massicciamente la popolazione e, di concerto con gli Enti preposti, si adoperi per la bonifica del nostro territorio, incominciando dalle zone periferiche della nostra città".

domenica 20 marzo 2011

Alessandro Martino eletto nuovo coordinatore di Sinistra Ecologia e Libertà Marcianise


Giovedi scorso si è tenuta la riunione del direttivo cittadino di Sinistra Ecologia e Libertà, durante la quale si è proceduti all’elezione del nuovo coordinatore locale del circolo “Peppino Impastato”. Su proposta del segretario uscente, Mimmo Corsale, e della segreteria, è stata avanzata la candidatura di Alessandro Martino, vice coordinatore cittadino ed ex-segretario della Sinistra Giovanile di Marcianise. La proposta, dopo ampia discussione, è stata votata all’unanimità dal direttivo locale.
“Sono onorato – dichiara Alessandro Martino – della elezione a coordinatoore cittadino di Sel e voglio ringraziare innanzitutto Mimmo Corsale per il proficuo lavoro svolto e per l’impegno profuso in questi mesi nella fase organizzativa della neonata formazione politica e per l’indirizzo politico-programmatico dato al nostro partito. Il nostro partito a Marcianise e in ambito nazionale può rappresentare il volano e l’incentivo, anche attraverso lo strumento delle primarie del centro sinistra, per costruire l’alternativa al governo Berlusconi. Sotto questo aspetto, la mobilitazione del nostro partito sarà massiccia. Già sabato scorso – continua Martino, attraverso un gazebo con volantinaggio in Piazza Umberto I° e presso il Liceo scientifico, la nostra adesione alla Costituzione Day e contro gli attacchi alla scuola pubblica ha avuto un grande successo. Tanti cittadini, soprattutto giovani, si stanno avvicinando al nostro partito, sintomo che orami i marcianisani, come tantissimi italiani, si stanno svegliando dal sogno e dal populismo berlusconiano”.
“Ho concordato – conclude Martino – , insieme al direttivo, di organizzare un convegno ad aprile sui referendum, in vista dell’importante campagna referendaria che si terrà ai primi di Giugno in difesa dell’acqua pubblica e contro il ritorno al nucleare. Infine, sempre agli inizi di aprile, inaugureremo finalmente la nostra sede, sita in Via Novelli, che spero diventi oltre che sede di incontri del gruppo dirigente, anche punto di riferimento per quanti vorranno contribuire con il loro impegno e con le loro idee al recupero civile della nostra terra”.

venerdì 24 dicembre 2010

Vertenza Competence Emea, Sel scrive al Presidente del Consiglio comunale


Caro Presidente,


Come Lei ben saprà l’industria Competence Emea, ex Jabil, di Marcianise sta attraversando un particolare periodo di crisi che mette seriamente in discussione il futuro lavorativo di circa 800 persone impegnate nell’azienda ed altre 300 persone dell’indotto.

I lavoratori già all’inizio di questo mese hanno proclamato delle giornate di sciopero, con cortei cittadini, per sensibilizzare le Istituzioni e l’opinione pubblica sul pericolo di chiusura dello stabilimento e il relativo licenziamento di tutti i lavoratori.

In questi settimane le parti sociali e le società interessate hanno intavolato una discussione, presso il Ministero dello Sviluppo Economico, per verificare una strategia di uscita atta a garantire i livelli occupazionali dopo l’acquisto di Jabil da parte di Competence Emea e la presentazione del nuovo piano industriale della società, che indirizzerebbe i processi produttivi verso la filiera delle energie rinnovabili.

Allo stato attuale, con l’incontro di ieri svoltosi presso il Ministero dello Sviluppo Economico, i soggetti interessati dalla vertenza hanno convenuto di procedere all’approvazione della cassa integrazione straordinaria (da firmare il 28 dicembre p.v. presso l’Ormel-Regione Campania) e di approfondire il piano industriale per il rilancio degli stabilimenti di Marcianise e Cassina dei Pecchi, nella metà di gennaio 2011.

Sinistra Ecologia Libertà ritiene che il massimo organo Politico Istituzionale della Città, da Lei rappresentato, dovrebbe esprimere la propria vicinanza ai lavoratori e assicurare, per le proprie competenze, un impegno diretto nella positiva risoluzione della vertenza.


A tal fine, auspichiamo che questa problematica, unitamente a quelle già in corso ed ancora aperte da diverso tempo (quali Ixfin, Rieter, Raicall, Di Pietro etc.), possa trovare una sensibilità comune in tutte le forze politiche e, pertanto, Le chiediamo di affrontare tali questioni, ed eventualmente convocare un Consiglio comunale tematico, per individuare le proposte e le iniziative utili al sostegno della salvaguardia dei livelli occupazionali, anche al fine di arrivare all’appuntamento di metà gennaio con una proposta unitaria e condivisa con i sindacati, le Istituzioni tutte ed i lavoratori stessi.






domenica 12 dicembre 2010

SEL: No al Gassificatore, la vera sfida è il riciclo totale dei rifiuti

L'Amministrazione di centrodestra, guidata dal sindaco Antonio Tartaglione, con la delibera n° 437 ha deciso di installare sul nostro territorio un Gassificatore, ovvero un impianto di smaltimento dei rifiuti che consiste nel trasformare i rifiuti in gas, utilizzato successivamente per la produzione di energia, provocando l'emissione in atmosfera di nanopolveri.

L'assessore provinciale Umberto Arena e il dirigente del settore ecologia della provincia Paolo Madonna durante l'incontro avuto con il sindaco Tartaglione, nel quale il primo cittadino ha candidato il territorio di Marcianise come sede dell'impianto termico, hanno dichiarato che i gassificatori: “rappresentano gli impianti di trattamento termico verso cui dirigersi per un utilizzo ambientalmente ed energeticamente conveniente dei rifiuti, provenienti da un pre-trattamento meccanico o da una raccolta differenziata spinta”. [Leggi il comunicato del Sindaco Tartaglione]

C'è una bella differenza tra rifiuti provenienti da un pre-trattamento meccanico o da una raccolta differenziata spinta. Nel caso di una raccolta differenziata spinta la combustione non è una scelta saggia. Infatti, secondo la nuova direttiva europea ci si deve indirizzare verso il recupero di materia. E' evidente allora che o non si prevede una raccolta differenziata spinta o stiamo parlando della frazione "secca" derivata dagli attuali STIR (ex CDR), e in zona abbiamo come esempio quella dell'impianto di Giugliano che attualmente viene conferita ad Acerra, oppure del trattamento delle "ecoballe" di Taverna del Re e di Villa Literno.

Inoltre, non può essere trascurato il dato per cui questa tecnologia risulta ancora in fase di sperimentazione come è riportato anche sul sito del Ministero dell'Ambiente dove alla voce Gassificatore si legge testualmente "...I problemi connessi a questa tecnologia, ancora in fase di sperimentazione, si incontrano a valle del processo di gassificazione e sono legati principalmente al suo basso potere calorifico ed alle impurità presenti nel gas (polveri, catrami e metalli pesanti)".

Il Circolo di Sinistra Ecologia Libertà si oppone fermamente all'ipotesi di costruzione di questa “bomba ecologica” che andrebbe a bruciare ecoballe e rifiuti indistinti provenienti dall'intera provincia di Caserta, e forse anche dal napoletano. Il nostro territorio, già martoriato da anni di industria pesante e inquinamento incontrollato, ha pagato e sta pagando un prezzo troppo alto in termini di salute e impatto ambientale.

A nostro avviso le politiche dei rifiuti devono indirizzarsi verso le fasi di riciclo, recupero, riduzione e riutilizzazione. Bisogna puntare ad una raccolta differenziata spinta, all'abbattimento delle quantità di produzione dei rifiuti e al relativo contrasto dell'incenerimento degli stessi, puntando verso il riciclo totale.

Anche per questi motivi abbiamo aderito ufficialmente alla manifestazione, tenutasi nella giornata di sabato, promossa dal comitato cittadino “Mamme e famiglie” e continueremo nei prossimi giorni ad adottare tutte le iniziative utili per scongiurare la possibilità che la nostra Città subisca ulteriori e infausti danni ambientali.

lunedì 6 dicembre 2010

Sel Giovani: Peppe Di Dio eletto coordinatore


Nella giornata di sabato 4 dicembre è stata costituita la sezione giovanile del partito Sinistra Ecologia e Libertà di Marcianise. La sezione nasce per volontà dei tanti giovani presenti nel neonato partito di sinistra.
Coordinatore provvisorio è stato eletto Giuseppe Di Dio. In questa nuova formazione politica giovanile si annoverano sia compagni cresciuti in altre compagini di sinistra come Alessandro Martino (già segretario cittadino della Sinistra Giovanile), sia ragazzi che si sono da poco, e con entusiasmo, avvicinati alla politica attiva come Vincenzo De Crescenzo e Valerio Salvatore tutti e tre presenti anche nella direttivo cittadino.
Nella prima riunione particolare attenzione è stata data alle imminenti elezioni universitarie e alle attività che si sosteranno nel breve periodo.
Alla riunione è intervenuto anche Nicola Zona (lista Uniti per la SUN) candidato al senato accademico della Seconda Università di Napoli che ha presentato il suo programma elettorale.
Si è anche deciso di appoggiare sia la manifestazione del prossimo 9 dicembre a Napoli contro la riforma Gelmini sia la manifestazione di sabato prossimo (11 dicembre) dal titolo "Corteo / Convegno INSIEME PER LA VITA" organizzato dal comitato "Mamme e famiglie" che cerca di sensibilizzare la cittadinanza sui problemi ambientali del nostro territorio e che si terrà in piazza Umberto I°.

sabato 30 ottobre 2010

L'Università abbandona la città tra l'indifferenza del centrodestra

Il Sindaco di Marcianise e la maggioranza di centrodestra hanno messo a segno un altro grande “successo”: con la loro inerzia cancellano l'Università dalla nostra Città.

Marcianise, terzo centro della Provincia con i suoi 40.000 abitanti, sarà l'unica città a non avere una facoltà universitaria: Caserta, Aversa, Capua e Santa Maria Capua Vetere ospitano sedi di facoltà universitarie e promuovono interscambi culturali con il territorio, mentre la nostra classe politica, indifferente e pressapochista, si lascia sfuggire il Corso di Disegno Industriale dall'ex Palazzo dei Monte dei Pegni.

Uno storico palazzo che, poco più di dieci anni fa, fu sottratto alla vita culturale cittadina, alle numerose manifestazioni teatrali, musicali, artistiche per ergerlo a prestigiosa sede Universitaria.

Le responsabilità di questo abbandono sono riconducibili alla incapacità dell'amministrazione di centrodestra di stringere un legame forte con l'Università e, probabilmente, anche ad una classe imprenditoriale miope che poco o nulla ha investito sull'innovazione, lasciando scappare via professionalità e competenze che, i laureati di Disegno Industriale, avrebbero potuto apportare nel processo produttivo aziendale, con positive ricadute economiche.

Allo stato attuale è inutile, oltre che maldestro, cercare di correre ai ripari inventandosi fantomatiche soluzioni. Il Corso di Disegno Industriale o ritorna nella sua sede oppure lo si è perso per sempre!

La nostra Città merita serietà e chiarezza da parte di chi governa e senza nessun tentennamento, qualora la decisione di trasferire il corso di Disegno Industriale fosse definitiva, chiediamo di restituire subito alla Città il suo “Palazzo della Cultura”, per renderlo nuovamente uno spazio aggregativo fruibile dai cittadini, e in cui le numerose associazioni possano esprimere appieno la passione e il fermento culturale, questi sì fortunatamente per tutti noi, mai assopiti. 

martedì 22 giugno 2010

Arturo Scotto (SEL): Fiat Pomigliano, incredibile il sì in Regione


"Trovo incredibile il voto espresso ieri in Consiglio regionale sul sì all'accordo a Pomigliano d'Arco: trasversalmente destra e sinistra si sono uniti a sostegno della posizione di Marchionne". Lo dice in una nota Arturo Scotto, del coordinamento nazionale Sel.
"Purtroppo a questo abbraccio non si sono sottratti i due consiglieri socialisti di SEL: hanno compiuto un grave errore – conclude -, a maggior ragione dopo la visita di Nichi Vendola allo stabilimento non piu’ tardi di quattro giorni fa. Sel è contro il baratto tra diritti e sicurezza del posto di lavoro. Per questo siamo a fianco della Fiom in questa difficile battaglia".