Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull'ingiustizia. Enrico Berlinguer
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sabato 2 giugno 2012

Il 2 giugno e la Repubblica dei precari


Ci si perdoni la tigna con cui torniamo su un argomento già trattato ma il fatto che la parata militare del due giugno, cioè di questa mattina, si farà (a prescindere dai morti in Emilia e da uno sciame sismico che continua a infestare quella terra da più di una settimana, a prescindere dai diciassette morti e dai capannoni crollati addosso ai nostri operai) merita qualche riflessione in più.

La prima ha a che fare con i tagli decisi, bontà loro, dagli organizzatori della parata per risparmiar monete: non ci saranno in cielo i ghirigori delle frecce tricolori, non sfileranno i mezzi pesanti, i lancieri di Montebello e i carabinieri a cavallo. Con un risparmio totale di un venti per cento sui costi preventivati alla vigilia. Si è aggiunto che, tanto, parte della cifra era stata ormai impegnata e che comunque non sarebbero stati quei pochi milioncini di euro a risolvere il problema di un paese sull’orlo della bancarotta. Nemmeno la riduzione delle indennità dei parlamentari e l’adeguamento dei prezzi della buvette di Montecitorio salveranno l’Italia: ma si è scelto – giustamente – di tagliare quei costi perché a un paese a cui chiedi sacrifici e senso di responsabilità devi offrire anche gesti simbolici. Che portano poco alle casse della nazione ma molto al senso di responsabilità e di solidarietà collettivi.

Fu anche questa la ragione che convinse il presidente Scalfaro, il giorno del suo insediamento al Quirinale nel 1992, ad annunciare che la Repubblica sarebbe stata celebrata, da quel due di giugno in avanti, senza parate militari e senza pranzo di gala offerto al personale diplomatico accreditato ma piuttosto aprendo i giardini del quirinale agli italiani. Fu una scelta e un gesto di sobrietà, peraltro in un tempo in cui i morsi della crisi erano meno violenti e la terra non tremava ogni notte come accade in queste ore. Ci si piange addosso a dir questo, come ammonisce il presidente Napolitano? Si piangeva addosso Oscar Luigi Scalfaro quando decise di ricordare i valori di una repubblica ferita dalla strage di Capaci chiedendo a tutti di fare il loro mestiere e il loro dovere senza parate lungo il foro romano? Io credo di no.
E non credo che si possa rinunciare a ragionare su altri costi, altre spese, altre urgenze senza considerarle – come sempre – fuori tema. La protezione civile ci dice che il danno quantificato di trent’anni di eventi sismici supera abbondantemente i cento miliardi di euro, senza considerare il costo delle vite umane e la perdita inestimabile del patrimonio artistico finito in macerie, anno dopo anno. La stessa protezione civile ci spiega che mettere in sicurezza l’Italia costerebbe non più di venti-venticinque miliardi, meno di un quarto dei danni subiti e pagati in questi anni.

Cosa c’entrano i terremoti con la parata del due giugno? Nulla, Dio ce ne scansi. E non c’entrano nulla nemmeno con le pazze spese per l’acquisto dei novanta F35 che andranno ad abbellire la nostra collezione di cacciabombardieri. I terremoti non c’entrano con gli ottanta miliardi che il paese versa obbediente ogni anno nelle tasche dei corrotti e dei corruttori, in attesa che l’avvocato Ghedini dia il via libera a una legge anticorruzione. I terremoti non c’entrano con i centottanta miliardi che i furbetti sottraggono allo stato ogni anno evadendo le tasse. I terremoti non c’entrano con nulla, ci mancherebbe. Ma allora, o ci limitiamo a fare sacrifici agli dei come i Maya per tener lontane quelle scosse dalle nostre vite oppure decidiamo che questi denari da qualche parte vadano recuperati. Anche, perché no?, dalle parate militari del due giugno.

Non è andata così quest’anno: pazienza. Ma siccome sono un inguaribile ottimista, sogno che il presidente che verrà si affacci dai balconi del suo palazzo per dire che la Repubblica la celebreremo ospitando nei giardini del Quirinale i trecento precari che lavorano all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e che per mestiere (non certo per stipendio ricevuto) dovrebbero aiutarci a prevenire i disastri. Quell’istituto ha i fondi bloccati da dieci anni: ricerca e prevenzione si fanno come si può, arrabattandosi o chiedendo un supplemento di senso di responsabilità a chi vi lavora. La Repubblica oggi sono anzitutto loro.

Claudio Fava

martedì 22 maggio 2012

La Terza Repubblica


Probabilmente ha ragione Luca Orlando quando, da Palermo, parla dell’alba di una Terza Repubblica che rimuove e seppellisce definitivamente le macerie di questa nostra malinconica seconda repubblica. Ma la Terza Repubblica non è solo Palermo: è Genova, è Milano, è Cagliari, è Napoli. Si è palesata in tutti gli appuntamenti elettorali in cui i candidati e i progetti di governo non erano passati dal tritacarne dei partiti, non erano il frutto della melina tra segretari, non erano figli minori degli apparati.

A Milano Pisapia vince perché si rivolge ai milanesi, non solo perché raccoglie dietro di sé un rianimato centro sinistra. Vince De Magistris a Napoli perché convince i napoletani a non indossare l’abito del lutto, a scrollarsi di dosso l’idea che non vi sia altra strada tra il consociativismo mafioso proposto dalla destra e gli epigoni del bassolinismo. Vince Orlando a Palermo perché sa che dalla crisi verticale della politica, rappresentata in città dalla giunta Cammarata e in Sicilia dall’inciucio con Lombardo, si esce solo con un gesto liberatorio, netto, definitivo. Ferrandelli, che ha trent’anni in meno di Orlando, avrebbe potuto assumere su di sé questo ruolo se ne avesse avuto la convinzione interiore e la libertà necessarie: e invece ha scelto la via del più logoro doroteismo, prendendosela con Orlando invece che con Lombardo, accettando l’abbraccio mortale di quei due signori del PD, Cracolici & Lumia, che hanno ridotto il loro partito al 6 per cento pur di rosicchiare i torsoli nel piatto del governatore. Noi, noi di SEL, che di Raffaele Lombardo siamo stati e siamo i più determinati e limpidi avversari politici (e su questo non ci piove!), su Palermo abbiamo peccato di ingenuità e di lealtà (lealtà al risultato delle primarie). Ed è giusto adesso farne ammenda.

Ma la vittoria di Orlando va letta in un contesto meno localistico, più politico, va affiancata ad altre cose straordinarie che sono accadute in Italia in questi mesi. Che ci raccontano la vittoria del centrosinistra solo quando non è stato la proiezione dei tatticismi e delle prudenze degli apparati: altrimenti resta solo una formula logora, una morta gora, un residuo. Il centrosinistra vince sovvertendo i pronostici a Palermo, a Milano, a Cagliari, a Napoli e altrove perché sceglie di rivolgersi alle donne e agli uomini, non alle filiere dei dirigenti di partito. Perché parla di alternativa, non solo di discontinuità. Perché pratica una verità di parole e di proposte che non devono fare i conti con alcun emendamento di convenienza. Orlando, ieri, l’ha battezzata Terza Repubblica. Credo, ripeto, che abbia ragione. Purché non resti solo una storia palermitana.

Claudio Fava

sabato 5 maggio 2012

Grillo e la politica degli insulti


“Fava di ‘sta cippa, non ci rompere i coglioni e vai a lavorare se lo trovi” (Marco). “Fava, prima della tua dipartita fallo qualche callo nelle mani… lavora!!!” (anonimo). “Un altro fottuto fallito apre la bocca e gli dà fiato. Caro Fava, la fava ficcatela al culo e premi forte!” (Marco Donati). “Questi sinistretti cominciano a vacillare col cervello” (Giancarlo Sartoretto, detto Giankazzo da Velletri). “Addio burocrate dal lauto compenso, finirai a lavorare come tutti gli altri tuoi compari di tavolata” (Beppe). “Claudio Fava, tipico professionista dell’antimafia” (Gianni Frascogna). “Il signor Fava Claudio, uno che ha costruito la sua carriera politica in nome del padre morto ammazzato da quella Mafia di cui lui si riempie la bocca ma a cui ha sempre fatto soltanto il solletico!” (Marco Salemi). “Claudio Fava e chi cazzo è Claudio Fava ma vaffanculo Claudio Fava torna nella tua tana verme!” (Fede M.). “Povero Fava hai che capirlo poverino dalla morte del padre è rimasto traumatizzato e sicuramente il cervellino non si è sviluppato ed è rimasto un poco celebroleso” (anonimo). “Figlio di cotanto padre, qualcosa ha modificato il DNA, l’assidua frequentazione del pd, le poltrone, i soldi o semplicemente la madre è 
certa, il padre chi può dirlo” (Riccardo Garofoli). “Da uno che si chiama fava cosa si poteva aspettare se non un’uscita a cazzo?” (Luca M). “Sei più ributtante di chi ti comanda” (anonimo). “Vai, nuova sinistra che già puzza di morto” (Piero F.). “Ecco uno dei peggiori.
Ed essendo uno dei peggiori non poteva che essere lui a toccare il fondo: mafioso!” (Paolo Cicerone). “La democrazia della mì fava” (Manuela Bellandi). “Caro Claudio, sei davvero una fava” (Tiziano Cecconi).

C’è qualcosa di irrimediabilmente fascista nei post che accompagnano le sortite di Beppe Grillo sul suo blog.  Non è l’insulto, non è lo sberleffo ma l’assenza d’ogni parvenza di ragionamento, di pensiero critico, di dubbio. C’è il Messia, e poi c’è un imbecille che ha criticato il verbo del Messia: basta questo a scatenare la caccia all’uomo.

La storia è nota. Dice Grillo, comiziando a Palermo, che le tasse, la politica, lo Stato sono peggio della mafia. Almeno Cosa Nostra si limita a estorcere alle proprie vittime solo il 10 per cento sotto forma di onesta cagnotta. La mafia non le strangola mica le persone. Come invece fa lo Stato.

Parole in libertà. Chi vi scrive ha mandato a dire a Grillo che in quella sua involontaria apologia mafiosa non c’era nulla di originale. Lo spiegava Vito Ciancimino dai banchi di Palazzo delle Aquile, lo dicevano i mafiosi e gli amici dei mafiosi: la colpa è dello Stato, non di Cosa Nostra. Lo predicò a lungo perfino la chiesa siciliana: ne ammazza di più l’aborto che la mafia. Solo un problema di numeri, insomma: da una parte un moderato pizzo del dieci per cento, dall’altra il conto degli ammazzati non poi così drammatico. Basta imparare a conviverci…

Ciò che disorienta non è tanto il merito grossolano dei ragionamenti quanto il metodo con cui vengono offerti. Con limpida parodia berlusconiana Grillo parla solo per decreto, non si confronta con chi la pensa diversamente, non accetta interlocuzioni. S’affaccia da una finestra e le manda a dire. Se critichi e fai parte della sua compagnia, ti cancella con un click del mouse; altrimenti si limita ad aprire la caccia all’untore sul suo blog. E se s’accorge d’averla fatta fuori dal vaso, come è accaduto a Palermo, ti manda a dire che la stampa di regime ha travisato il significato delle sue parole, non ha compreso il contesto, non ha ben riportato le virgole. Gli stessi argomenti che per quindici anni ci ha ammannito Berlusconi.

Non mi stupisco. Perché il punto oggi non è essere di destra, di sinistra, di sopra o di sotto, per la politica tonda o quadrata, per il sistema dei partiti o per quello dei califfati, per il popolo o per la corona: il problema è che se ti senti Unto dall’Alto, l’unica cosa che ti preme è trovare una piazza colma, una finestra alla quale affacciarti e un editto da proclamare. E quando non c’è la piazza, te la procura il mio amico Michele Santoro: uno spottone in tivù su Beppe Grillo, un collegamento in diretta senza contraddittorio, un bel monologo di dieci minuti, mica Grillo è un politico come gli altri, mica il suo partito è come gli altri, mica ha bisogno di discutere con gli altri…

Qualcuno crede che sia questa la nuova politica. Io, che forse di politica me ne intendo poco, ho smesso di credere nei messia quando andavo al catechismo. E non mi diverto a cantarmela e a suonarmela da solo. Se Grillo vuole, possiamo discutere di questo e d’altro pubblicamente, dove vuole, quando vuole. Ma ho il sospetto che non vorrà. Tanto, come ci manda a dire Mario De Gasperi da Roma alle 8.46 del primo maggio: “Lo stato è molto peggio della mafia, lo stato è criminale, lo stato è la vera mafia, viva Beppe Grillo”.

Claudio Fava

mercoledì 25 aprile 2012

Una memoria senza sconti


In un paese diviso non per pregiudizi ideologici ma per la realtà delle cose, è difficile che la memoria unisca tutti. E forse è un bene che sia così. E’ un bene che quest’anno il 25 aprile a Roma non abbia tra gli ospiti poco desiderati Alemanno e la Polverini. E’ un bene che l’Anpi abbia scelto di non corteggiare alcuna retorica spiegando al sindaco e alla presidente della regione che il giorno della Liberazione è un giorno di scelte: o si sta dalla parte della democrazia e dell’antifascismo o si ammicca ai giovani fascisti di borgata, ai saluti romani di casa Pound, al circo degli amici camerati piazzati a dirigere il sottogoverno della capitale e della regione come vecchi democristiani.

L’Italia oggi è un paese libero ma diviso. E il 25 aprile serve a ricordarci entrambe le condizioni: il prezzo pagato 67 anni fa per dirci oggi liberi e il peso di quelle divisioni che rendono insostenibile e umiliante l’esistenza per molti italiani. Se tre milioni di disoccupati hanno cronicizzato la loro rassegnazione e non cercano più un’occupazione, se le dieci famiglie più ricche del paese valgono economicamente – redditi, proprietà, rendite – come tre milioni di famiglie, se lo “spread” (quello vero, inciso sulla carne viva dell’esistenza) continua a divaricare come un forcipe l’Italia allontanando inesorabilmente chi ha sempre di più e chi non ha affatto, il 25 aprile deve farsi carico anche di questo.E deve proporre gesti, scelte, parole di liberazione, qui ed ora, dalle condizioni di una nazione non solo sempre più povera ma anche più diseguale.

Il 25 aprile parla all’Italia ma racconta anche l’Europa. Il governo delle destre, da Sarkozy alla Merkel, da Cameron a Monti, è chiamato a fare i conti col fallimento del proprio progetto politico. Un progetto diffuso, destinato a trasformare i diritti in merce, a sottomettere le pratiche della democrazia alle speculazioni delle borse, a trasformare il progetto civile e sociale dell’integrazione europea nel governo indiscusso della sua banca centrale. Un primo segnale è arrivato dalla Francia. Altri segni, altri gesti andranno costruiti con pazienza ovunque. Anche restituendo intransigenza alla memoria della resistenza e della liberazione: senza sconti per nessuno.

Claudio Fava