Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull'ingiustizia. Enrico Berlinguer
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mercoledì 1 agosto 2012

Marcianise - Golino: "In politica valgono le ragioni dello stare insieme e della condivisione"

Meraviglia che un uomo pacato ed equilibrato, e che peraltro riveste una importante carica politica, si avventuri in giudizi trancianti su fatti ed avvenimenti che, molto sicuramente, non conosce. Chi ha delle responsabilità di guida di un partito dovrebbe armarsi di buon senso e di ragionevolezza, cercando di preservare lo spirito della coalizione piuttosto che lanciare assurdi anatemi, soprattutto se si pensa di esserne l’architrave.   

E ciò lo dico con la consapevolezza che siamo tutti chiamati ad una seria e profonda analisi a cui affidare la nostra autocritica, compresa la mia, soprattutto per il rispetto dei cittadini che avevano riposto enorme fiducia nei confronti del centrosinistra, tributando alla coalizione, nella tornata amministrativa del 2006, oltre il 62% dei consensi e che videro cadere in frantumi l’intera Amministrazione Comunale. 

Leggo dalla stampa che qualcuno, ancora una volta, nel chiuso delle proprie stanze ha fatto analisi, considerazioni, riflessioni ed ha concluso nella maniera più semplice possibile: la colpa è degli altri. Personalmente avevo riposto molta fiducia nella miracolosa capacità terapeutica del tempo, ma devo prendere atto che l’ipertrofia dell’io è un male incurabile. Le ragioni di un fallimento non possono essere attribuite solo ad altri. Mi sembra di rivivere ancora quei momenti di una fase politica in cui chi aveva l’onere e l’onore di guidare una coalizione trascendeva oramai dalla propria dimensione fisica, dalle dimensioni spazio temporali della storia. 

E’ ancora vivo in me il ricordo di quando rispetto ad un estremo tentativo di far valere le ragioni di una squadra e della coalizione sentimmo tuonare: Io sono il sindaco, io sono il PD, io sono l’amministrazione comunale, io sono la coalizione.

Purtroppo non è cambiato nulla. L’atteggiamento di qualcuno è sempre lo stesso e questo comportamento non fu solo un gruppo di consiglieri comunali a rifiutarlo. Fu l’intera città. Le elezioni che ne seguirono lo dimostrarono ampiamente.

Non ci si vuole rendere conto che in politica valgono le ragioni dello stare insieme e della condivisione. 
Per quanto mi riguarda, ammaestrato dal passato, sono pronto a qualsiasi tipo di confronto ed una analisi corretta e serena di ciò che è accaduto.

Angelo Golino - Presidente provinciale di Sinistra Ecologia Libertà

giovedì 26 luglio 2012

Marcianise - Il centrosinistra si organizza in vista delle prossime competizioni elettorali

Nella serata del 24 luglio scorso si sono riuniti i partiti del centrosinistra per riprendere la discussione e la riflessione su una proposta politico – amministrativa da sottoporre alla città. Presenti i rappresentanti dell’API, IdV, PSI, SEL e Verdi. Nell’ambito della discussione  è stata evidenziata la necessità di continuare a monitorare l’azione amministrativa dell’attuale commissario cittadino.

E’ stata espressa con forza, inoltre, da parte di tutti  i presenti, la necessità di continuare a rivolgere l’attenzione e l’azione verso le questione che si presentano e che interessano nel quotidiano la nostra città. Non ultima la situazione, fortemente critica, dell’ospedale di Marcianise. In merito i presenti sono stati comunemente d’accordo sulla necessità di vigilare sull’applicazione del Piano Sanitario Regionale a  garanzia della tutela sanitaria dei cittadini del nostro territorio.

Durante la riflessione sono state avanzate diverse azioni da mettere in campo per costruire un programma che, tra l’altro, tenga  in debito conto i bisogni e le aspettative dei cittadini per la costruzione di una città vivibile.

Oltre alla necessità che si realizzino eventi che portino la cultura marcianisana a diventare fatto concreto e non chiacchiere, si è  convenuto sulla necessità di avere un momento di riflessione pubblica sulle ragioni che hanno determinato la crisi dell’ultima amministrazione comunale. Una riflessione a cui si invita, e si spera possa coinvolgere, l’intera cittadinanza, convinti che dall’analisi e riconoscimento degli errori del passato si costruisce un futuro più solido.

sabato 14 luglio 2012

I sommersi e il salvato


“Prendo il giornale e leggo che di giusti al mondo non ce n’è”. Così iniziava il “Mondo in M7”, un brano musicale che scalò le classifiche. Era il 1966 e bastava infilare una moneta da 50 lire nel juke-box perché i bar del centro e della periferia delle città, si riempissero della voce di Adriano Celentano e si gonfiassero di indignazione. Il suo rap ante litteram soffiava sul fuoco che covava sotto la cenere. Eravamo ai preliminari della grande contestazione del ’68. Da allora la giustizia nel mondo non è aumentata, al contrario dell’assuefazione alle terribili notizie.

Mercoledì 11 luglio 2012, prendo il giornale e leggo che 54 immigrati provenienti da Tripoli sono morti in mare. Ma la notizia non fa grande clamore. Un naufragio di Costa Crociere fa più audience. Sono morti di sete, non annegati, come invece capitò a Fleba il fenicio, il fluttuare delle cui membra nelle acque marine è cantato da Thomas Stearn Eliot, rendendolo così eterno. Non esiste una classifica di morti terribili. Eppure morire di sete in una distesa d’acqua ci appare ancora più assurdo e mostruoso, come annegare in una pozzanghera nel deserto del Sahara. Solo che quest’ultimo è un paradosso mentale, l’altra una tragica realtà quotidiana.

L’acqua è un bene comune. Sì, ma a costo di grandi lotte e comunque non in mare. Là il non possesso traccia il confine tra la morte e la vita. Erano partiti in 55, uno solo può raccontare il progredire della micidiale disidratazione collettiva. Ma di che vita vivrà? I sommersi e il salvato. Primo Levi, in conclusione della sua splendida trilogia, scriveva che in fondo tutto quello che aveva voluto dire è che l’immane tragedia dell’olocausto, per il solo fatto di essere già accaduto, avrebbe potuto ripetersi. E’ vero, ma qui la tragedia si ripete con frequenza infinita. La bella stagione è amica della morte, ancor più della cattiva. 170 morti dall’inizio del 2012? Quelli sicuramente accertati. Ovvero non meno, ma quanti siano stati in realtà nessuno lo può realmente dire. E di tutto ciò resta solo qualche dichiarazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Il nostro ministro Riccardi ha auspicato il rafforzamento del dialogo e della cooperazione. Altri neppure questo.

Qualcosa si è mosso nel nostro paese per regolarizzare le presenze di cittadini extracomunitari. Too little too late, direbbero gli inglesi. Intanto il mare nostrum continua funzionare come un cimitero liquido di capacità illimitate. La vecchia Europa sprofonda nella crisi creata dalle assurde regole imposte dalle elite che la comandano, mentre le giovani generazioni d’Africa muoiono di guerra, di fame, di sete. E’ il nuovo mondo, cui bisognerebbe ribellarsi, non più in M7, in G20.

Alfonso Gianni

Fonte: unita

Dal no al liberismo una nuova sinistra


La politica non può diventare la fabbrica dell’obbedienza, lo spazio senza alternative, il circoscritto reparto di una specializzazione tecnica. Per questo ho trovato la discussione aperta da Mario Tronti sull’Unità una vera e propria boccata d’aria, di fronte al dilagante conformismo di maniera. Tronti, seguito da Vendola ed altri autorevolissimi contributi, parla di noi, della sinistra e della sua soggettività politica, per parlare del mondo e delle cose che possono provare a trasformarlo. È un esercizio di onestà intellettuale che non appartiene ai tardi epigoni di Margaret Thatcher, che soleva dire, in spregio ai suoi oppositori, che solo con T.i.n.a. (There is no alternative – al liberismo – of course) avrebbe potuto affrontare i problemi del suo paese. È un vecchio vizio dei conservatori travestire d’oggettiva necessità le loro scelte. Neppure l’azzardo dell’affermazione della propria ragione contro il torto altrui, solo l’annullamento sistematico della legittimità dell’altro. Il pragmatismo liberista è vissuto di questa rendita e ha fagocitato progressivamente, con le sue leggi “oggettive” e il “neutro” interesse del mercato, la sfera dell’economia e poi quella della politica. Le parole di Tronti come pure quelle di Rosi Bindi, per dire di chi non viene dalla mia storia, hanno affrontato il problema da un’angolazione che critica il paradigma liberista, cosa che condivido profondamente.


Il tema è, quindi, individuare quale spazio per costruire un nuovo campo in cui far crescere le idee differenti dal “liberismo necessario”, di cui ci parlano in continuazione, e quali pratiche democratiche per rompere la principale conventio ad escludendumdei tempi nostri, quella delle persone. Per me l’oltrepassamento delle due sinistre, non la loro fusione frigida, parte da queste due ambizioni. Il primo terreno è quello europeo. La proposta degli Stati uniti d’Europa sta in piedi solo se si riuscirà a configurare un vero demos europeo. Per farlo non ci servono discussioni grottesche sulle identità, che per fortuna esistono e rappresentano una ricchezza, ma sulla possibilità di strutturare un patto di cittadinanza, la cui base non può che essere l’unificazione di politiche attive (welfare, energia, ambiente, diritti sindacali, politiche industriali, infrastrutture). Con ciò sarà più forte il coordinamento delle politiche fiscali e di bilancio. Questo è il primo terreno di convergenza che vedo tra noi, il Pd e tante forze sociali e civili, come viene giustamente esplicitato da Latorre e Vita. Proprio per praticare tale strada dobbiamo decidere se in Italia possa esistere una soggettività politica che contribuisca alla critica del paradigma liberista e che progetti una proposta di governo alternativa a quello esistente. Il Pse, che in Europa sta affrontando con serietà la critica al quindicennio neoliberista blairista, è il campo privilegiato di questa convergenza.

Per un tentativo del genere va archiviato Monti, il montismo e, aggiungerei, il tatticismo esasperante che ha introiettato ineluttabilmente l’assenza di alternative. Persino il tanto invocato rinnovamento, necessario e non rinviabile, deve essere in primo luogo un cambio di politiche e di persone che le sostengono. In questa prospettiva non vedo come sia praticabile ciò che alcuni chiedono, a partire da Casini, ovvero impegnarsi fin d’ora a proseguire le politiche di Monti. Non mi convince la tesi di Macaluso e onestamente non vedo, dopo i provvedimenti votati per la “salvezza” dell’Italia, come si possa ancora negare la natura classista di Monti che loda i fallimentari Mussari e Marchionne mentre non perde occasione per additare come nemici del popolo e della “patria” tutti quelli che si permettano di contestare le sue scelte, a partire dai sindacati.

Infine, credo che il terreno per una condivisione, un nuovo inizio per le forze di rinnovamento nel nostro paese sia quello di praticare una democrazia diretta e radicale. Non un estenuante rinvio delle proprie responsabilità, un eterno processo referendario, ma una pratica di relazioni che consenta alle idee di attraversare i partiti e non viceversa. Del resto, le proposte più innovative venute dalle primarie sono state anche quelle vincenti. Passiamo subito all’azione, costruiamo luoghi dove si possa decidere insieme a tanti cittadini che credono nella politica come strumento per il cambiamento quali siano i nostri obiettivi, impegnandoci a mantenere i patti con il nostro popolo anche dopo le elezioni. Non una resa di conti tra storie che, ha ragione Bindi, appartengono effettivamente al passato, ma un luogo comune e plurale di costruzione del presente e del futuro.

Gennaro Migliore

Pubblicato su l’unità

domenica 10 giugno 2012

"A me interessa la partita"


Pubblichiamo l’intervista rilasciata oggi da Nichi Vendola a Repubblica.

Vendola, sottoscrive le parole di Di Pietro contro Bersani?
«Non le sottoscrivo, la mia specialità del resto non sono le intemperanze né l’irascibilità».

Ma lei con chi sta: con Bersani o con Di Pietro?
«Intanto voglio dire che è positivo che tante anime del centrosinistra riprendano a parlarsi sia pure in modo frizzante, e soprattutto che lo facciano davanti a una platea inquieta e esigente come quella della Fiom. È una finta ingenuità stupirsi delle asprezze e dei toni rudi. Conosciamo le divaricazioni e i contrasti. Non avremmo avuto il ventennio berlusconiano se la sinistra non si fosse così accuratamente divisa».

Questa è la malattia antica. Ma lei quali idee ha per il futuro?
«Il fatto nuovo è che ci sia una ripresa di parola davanti alla questione sociale. Io non vorrei neanche sovraccaricare di significati i toni usati da Di Pietro, che si è posizionato con forza, ma dubito molto che la sua sia un’uscita dalla coalizione del centrosinistra».

Sta cercando di tenersi in equilibrio, Vendola?
«No, sto cercando di mettere tutti davanti alle responsabilità che abbiamo di costruire unitariamente l’agenda del cambiamento poiché siamo collocati sull’orlo di un cratere e il vulcano della crisi sociale, della disoccupazione di massa, della recessione, della povertà può eruttare da un momento all’altro. Essere responsabili non significa cercare il minimo comune denominatore, bensì costruire un patto con il mondo del lavoro e le giovani generazioni. O il centrosinistra è questo oppure non c’è, è un artificio elettorale».

La “foto di Vasto”, quell’alleanza Vendola, Di Pietro, Bersani è strappata, rotta?
«Per me la foto di Vasto è sempre stata solo l’evocazione di una possibilità: quella di un’uscita a sinistra dalla crisi del berlusconismo. I protagonisti di quell’immagine sono forse necessari, ma non sufficienti, per incarnare una grande e credibile alternativa.
Comunque io scelgo la piattaforma della Fiom “senza se e senza ma”».

Si presenta alle primarie del Pd?
«Sono a disposizione».

Cioè, si presenta o no?
«Di mestiere non faccio il candidato alle primarie, non sono divorato dalle ambizioni personali».

Ma fu lei a lanciare la sfida.
«Oggi siamo in un evo differente rispetto al luglio 2010. È una scelta che si compie collettivamente, non sono un ragazzo in carriera».

Sarebbe disposto a sciogliere Sel, il suo partito?
«Ho detto, nel congresso di fondazione, che più che il partito mi interessa la partita per uscire dall’egemonia della destra».

Pensa forse a un “listone” della sinistra?
«Siamo impegnati nella costruzione di un nuovo soggetto plurale, popolare, della sinistra del futuro così come lo evocano gli intellettuali di ALBA e i sindaci, da Pisapia a Emiliano, De Magistris, Zedda, Orlando…».

Ci sarà una lista Fiom alle elezioni?
«Penso di no, la Fiom sta facendo bene il sindacato ed è un compito politico».

Andrebbe al voto “divorziato” dal Pd?
«Non andrei mai diviso dalle ragioni del mondo del lavoro».

Bersani e l’impegno per i gay: a lei, omosessuale, quale effetto fa?
«Bene, ora però la battaglia in Parlamento. Mi sono sentito troppe volte preso in giro dal piccolo cabotaggio, dall’ipocrisia, dal “vorrei ma non posso”. L’impegno è il minimo che la decenza impone a qualunque forza democratica, visto che l’Italia vive dentro una tenebra oscurantista»

Giovanna Casadio

fonte: repubblica

sabato 9 giugno 2012

Con la FIOM, per dire da che parte stiamo


La ragione politica di una coalizione che si candida a governare il Paese e che ambisce a invertire la corsa verso l’abisso non risiede nel nome che si dà. Non deriva neppure, nell’essenziale, dalle forze che la compongono e meno che mai dalle promesse che sparge in campagna elettorale.

La ragion d’essere reale di una forza politica o di una coalizione si misura oggi solo nei fatti e negli schieramenti che di volta in volta assume. Essere dalla parte della Fiom, oggi, è dirimente. Non si tratta “solo” di prendere posizione apertamente a favore del sindacato più combattivo e più combattuto, con tattiche profondamente antidemocratiche che non avrebbero sfigurato negli Usa del maccartismo. C’è questo, ed è fondamentale, ma c’è anche molto di più. Qui e ora, oggi in Italia, la Fiom è la bandiera di chiunque non intenda accettare la degradazione dei lavoratori al rango di merce inanimata, spogliata di ogni diritto, esposta dalla culla alla tomba ai capricci e alle traversie del mercato.

Nell’Italia di Mario Monti, e prima in quella di Silvio Berlusconi, la Fiom è stata il baluardo della contrattazione nazionale contro una contrattazione atomizzata tra i singoli lavoratori e l’azienda, della resistenza contro il dilagare del precariato, della difesa dell’art. 18 contro la libertà di licenziare, della necessità di non arrendersi all’ingordigia di una logica fondata tutta sulla massimizzazione del profitto.

Nell’Italia di Sergio Marchionne la Fiom è diventata il vessillo di una democrazia negata nella sostanza e ormai anche nella forma. Lo sconcio del sindacato più forte e più rappresentativo messo fuori dalla principale azienda per non aver accettato di firmare un contratto imposto col ricatto dovrebbe gridare vendetta alle orecchie di tutti i democratici e i liberali, non solo per la sinistra politica e sociale.

All’incontro tra la Fiom e le forze politiche di centrosinistra, all’Hotel Parco dei principi di Roma, richiesto dal segretario Maurizio Landini, saranno presenti tutti i segretari dei partiti che di qui a pochi mesi si candideranno a governare l’Italia. Quei partiti chiederanno il voto a elettori disgustati dai compromessi e dalle rese alla ideologia e alle imposizioni materiali della destra degli ultimi.

E’ in questa occasione, non nella vaghezza di programmi chilometrici, che il centrosinistra deve dire da che parte sta. Deve saper far arrivare un messaggio chiaro e senza all’intelligenza e al cuore della nostra gente, degli elettori delusi e tentati dal rifiuto della politica, dei lavoratori che dal prossimo governo si aspettano non una correzione di rotta ma un drastico cambio di indirizzo.

Per loro, come per Sinistra Ecologia Libertà, lo spartiacque passa per la posizione che si prenderà nell’incontro del 9 giugno con la Fiom.

Francesco Ferrara

giovedì 7 giugno 2012

Ospedale, si gioca sulla pelle dei cittadini


Completamento della struttura, riconoscimento degli 84 posti letto previsti dal decreto n. 49 del 2010 del Commissario ad acta, meglio noto come piano Zuccatelli dal nome del sub commissario, e specializzazione della struttura ospedaliera, nell’ottica del contenimento della spesa sanitaria e di una assistenza specialistica nel contesto provinciale e regionale. Questi sono i principali temi affrontati dai partiti politici riunitisi nella giornata di lunedì 4 giugno, presso il circolo cittadino di Sinistra Ecologia Libertà.All’incontro hanno preso parte i consiglieri comunali Giuseppe Moretta, Giuseppe Riccio e Pietro Squeglia, e i rappresentanti dei partiti politici dell’Idv, Giuseppe Piccolo, dei Socialisti, Carlo Croce, e di Sinistra Ecologia Libertà, Alessandro Martino. La discussione che ha animato i partiti è scaturita dall’approvazione del decreto n. 53 dello scorso 9 maggio, nel quale si evince che i piani attuativi, in linea con le indicazioni del decreto 49 del 2010, che prevedevano la razionalizzazione del sistema ospedaliero attraverso la riconversione dei piccoli ospedali, sono stati rispettati soltanto per le strutture ospedaliere di Capua, San Felice a Cancello e Teano. Infatti, giova qui ricordare che il piano “Zuccatelli”, allo stesso tempo, prevedeva il rafforzamento della struttura ospedaliera di Marcianise, anche attraverso il trasferimento delle unità operative del presidio di Maddaloni, e il completamento del quarto e quinto piano dell’edificio. Soltanto con il definitivo adeguamento della struttura ospedaliera vi sarebbe stato il contestuale insediamento di cliniche universitarie. Purtroppo, nei mesi scorsi si è assistito al sistematico smantellamento della struttura ospedaliera cittadina, con chiusura di importanti reparti, a discapito delle migliaia e migliaia di cittadini che afferiscono al suo bacino di utenza, senza peraltro annoverare, al contempo, una clinica universitaria realmente strutturata. Provoca amarezza e stupore il fatto che, nonostante il perdurare di una situazione di criticità e sofferenza per i cittadini, il sindaco della città di Marcianise, Antonio Tartaglione, e il direttore generale dell’Asl, Paolo Menduni, giocano sulle aspettative di assistenza e di cura di interi territori, annunciando a mezzo stampa l’arrivo di interi reparti universitari, senza che ciò sia previsto dall’attuale decreto n.53, approvato lo scorso maggio.Nei prossimi giorni, queste forze politiche saranno impegnate in una strenua battaglia in difesa del diritto alla salute dei cittadini, sia nelle sedi istituzionali e sia attraverso manifestazioni pubbliche.

martedì 5 giugno 2012

Il futuro dell'Europa è verde


La soluzione alla disoccupazione galoppante in Europa non è mai stata così verde. Secondo l’Ocse puntare sulle rinnovabili e sull’efficienza energetica vuol dire creare 5 milioni di posti di lavoro in più. Possibile? Secondo l’organismo internazionale con sede a Parigi, dal momento che per produrre energia in modo pulito e consumarla in modo efficiente ci vuole tecnologia e professionalità, bisogna investire in capitali e personale. Il rapporto Ocse “The Jobs Potential of a Shift towards a low-carbon Economy”, presentato ieri a Bruxelles, riprende quanto già detto lo scorso aprile dalla Commissione europea con il pacchetto impiego. Adesso basta iniziare a crederci davvero.

Con il tasso di disoccupazione nell’Eurozona salito all’11% nel mese di aprile (+ 0,1% rispetto a marzo e +1,1% rispetto ad aprile 2011) una simile prospettiva fa a dir poco sperare. Secondo Eurostat in un mese in Europa sono andati in fumo 110mila posti di lavoro, ovvero 1.797 lavoratori a casa in un anno. Questo vuol dire che nell’Eurozona i disoccupati ad aprile erano 17.405 milioni (17.295 a marzo e 15.608 nell’aprile 2011). Va leggermente meglio se prendiamo in considerazione tutti i Paesi Ue (compresa la miracolosa Polonia), con “solo” 24.667 milioni di senza lavoro (un tasso di disoccupazione al 10,3%). Cifre da capogiro soprattutto nei Paesi del Sud: a guidare la la classifica ci pensa la Spagna con il 24,3% di disoccupati (+0,2% rispetto al mese precedente) e il 51,5% di senza lavoro tra i giovani sotto i 25 anni. Ma anche l’insospettabile Francia non se la cava benissimo, con un 10,2% di senza lavoro (+0,1% in un mese).

Ed è proprio in un contesto come questo che le stime contenute dal rapporto dell’Ocse sembrano la luce fuori dal tunnel. Secondo il prestigioso organismo internazionale, infatti, lo sviluppo delle energie rinnovabili e l’applicazione di singole misure per una maggiore efficienza energetica avrebbero il potenziale di creare fino a cinque milioni di nuovi posti di lavoro nella green economy entro il 2020. A crederci primo fra tutti è Laszlo Andor, Commissario Ue all’Occupazione, che ieri ha presentato il rapporto insieme al Segretario generale Ocse, Yves Leterme. “Abbiamo stimato che il potenziale occupazionale legato allo sviluppo delle energie rinnovabili è di tre milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020 e quello legato all’attuazione di singole misure di efficienza energetica è di ulteriori due milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020”, ha detto il commissario.

Partiamo dai rifiuti. Secondo Andor, “solo una migliore gestione dei rifiuti potrebbe creare oltre 400mila posti di lavoro entro il 2020”. Difficile non pensare all’Italia, visto che solo il 31 maggio la Commissione europea ha intimato al nostro Paese di “conformarsi entro due mesi” alle norme Ue per un adeguato pretrattamento dei rifiuti collocati nella discarica di Malagrotta (tra le più grandi d’Europa) e in altre nel Lazio. Questione che, dopo il caso Corcolle-Villa Adriana, sta ora creando scompiglio ad Anzio, località designata per i nuovi sversamenti. Insomma, mentre l’Ue stima che riciclaggio e compostaggio oltre che all’ambiente fanno bene anche all’impiego, l’Italia rischia di finire di fronte alla Corte di Giustizia visto che la discarica di Malagrotta “contiene rifiuti che non hanno subito il pretrattamento prescritto”.

Ma torniamo al rapporto Ocse. Tre gli strumenti chiave suggeriti per innescare il circolo virtuoso in tutto il continente: supportare il ricollocamento dei lavoratori dalle imprese in crisi a quelle verdi in crescita; incentivare l’eco-innovazione e la diffusione delle tecnologie verdi rafforzando la formazione e impedendo che le normative siano un ostacolo; riformare il sistema fiscale e dei benefici per i lavoratori affinché il costo delle politiche ambientali non diventi una barriera alle assunzioni. E poi le previsioni della Commissione europea non si fermano qui. Secondo Bruxelles, infatti, una riduzione del 17% del fabbisogno di materie prime a livello Ue potrebbe creare tra 1,4 e 2,8 milioni di posti di lavoro entro il 2025, così come il riciclo di “materie chiave” potrebbe aggiungerne altri 560mila.

“Il rapporto Ocse conferma che la crescita verde sarà uno dei motori principali del cambiamento strutturale nella nostra economia”, ha concluso il commissario Andor. “Il greening dell’economia europea sta già creando dei posti di lavoro in alcuni settori chiave come le energie rinnovabili e la costrizione di impianti di efficienza energetica. E continuerà a farlo nei prossimi decenni”, ha aggiunto Leterme. Adesso la parola passa ai governi nazionali.

Alessio Pisanò

Fonte: il Fatto Quotidiano

sabato 2 giugno 2012

Il 2 giugno e la Repubblica dei precari


Ci si perdoni la tigna con cui torniamo su un argomento già trattato ma il fatto che la parata militare del due giugno, cioè di questa mattina, si farà (a prescindere dai morti in Emilia e da uno sciame sismico che continua a infestare quella terra da più di una settimana, a prescindere dai diciassette morti e dai capannoni crollati addosso ai nostri operai) merita qualche riflessione in più.

La prima ha a che fare con i tagli decisi, bontà loro, dagli organizzatori della parata per risparmiar monete: non ci saranno in cielo i ghirigori delle frecce tricolori, non sfileranno i mezzi pesanti, i lancieri di Montebello e i carabinieri a cavallo. Con un risparmio totale di un venti per cento sui costi preventivati alla vigilia. Si è aggiunto che, tanto, parte della cifra era stata ormai impegnata e che comunque non sarebbero stati quei pochi milioncini di euro a risolvere il problema di un paese sull’orlo della bancarotta. Nemmeno la riduzione delle indennità dei parlamentari e l’adeguamento dei prezzi della buvette di Montecitorio salveranno l’Italia: ma si è scelto – giustamente – di tagliare quei costi perché a un paese a cui chiedi sacrifici e senso di responsabilità devi offrire anche gesti simbolici. Che portano poco alle casse della nazione ma molto al senso di responsabilità e di solidarietà collettivi.

Fu anche questa la ragione che convinse il presidente Scalfaro, il giorno del suo insediamento al Quirinale nel 1992, ad annunciare che la Repubblica sarebbe stata celebrata, da quel due di giugno in avanti, senza parate militari e senza pranzo di gala offerto al personale diplomatico accreditato ma piuttosto aprendo i giardini del quirinale agli italiani. Fu una scelta e un gesto di sobrietà, peraltro in un tempo in cui i morsi della crisi erano meno violenti e la terra non tremava ogni notte come accade in queste ore. Ci si piange addosso a dir questo, come ammonisce il presidente Napolitano? Si piangeva addosso Oscar Luigi Scalfaro quando decise di ricordare i valori di una repubblica ferita dalla strage di Capaci chiedendo a tutti di fare il loro mestiere e il loro dovere senza parate lungo il foro romano? Io credo di no.
E non credo che si possa rinunciare a ragionare su altri costi, altre spese, altre urgenze senza considerarle – come sempre – fuori tema. La protezione civile ci dice che il danno quantificato di trent’anni di eventi sismici supera abbondantemente i cento miliardi di euro, senza considerare il costo delle vite umane e la perdita inestimabile del patrimonio artistico finito in macerie, anno dopo anno. La stessa protezione civile ci spiega che mettere in sicurezza l’Italia costerebbe non più di venti-venticinque miliardi, meno di un quarto dei danni subiti e pagati in questi anni.

Cosa c’entrano i terremoti con la parata del due giugno? Nulla, Dio ce ne scansi. E non c’entrano nulla nemmeno con le pazze spese per l’acquisto dei novanta F35 che andranno ad abbellire la nostra collezione di cacciabombardieri. I terremoti non c’entrano con gli ottanta miliardi che il paese versa obbediente ogni anno nelle tasche dei corrotti e dei corruttori, in attesa che l’avvocato Ghedini dia il via libera a una legge anticorruzione. I terremoti non c’entrano con i centottanta miliardi che i furbetti sottraggono allo stato ogni anno evadendo le tasse. I terremoti non c’entrano con nulla, ci mancherebbe. Ma allora, o ci limitiamo a fare sacrifici agli dei come i Maya per tener lontane quelle scosse dalle nostre vite oppure decidiamo che questi denari da qualche parte vadano recuperati. Anche, perché no?, dalle parate militari del due giugno.

Non è andata così quest’anno: pazienza. Ma siccome sono un inguaribile ottimista, sogno che il presidente che verrà si affacci dai balconi del suo palazzo per dire che la Repubblica la celebreremo ospitando nei giardini del Quirinale i trecento precari che lavorano all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e che per mestiere (non certo per stipendio ricevuto) dovrebbero aiutarci a prevenire i disastri. Quell’istituto ha i fondi bloccati da dieci anni: ricerca e prevenzione si fanno come si può, arrabattandosi o chiedendo un supplemento di senso di responsabilità a chi vi lavora. La Repubblica oggi sono anzitutto loro.

Claudio Fava

giovedì 31 maggio 2012

Un passo indietro nella civiltà dei diritti. A spese dei giovani





Il voto di oggi al Senato rappresenta un passo indietro nella civiltà dei diritti del mondo del lavoro, precarizza ulteriormente il nostro mercato del lavoro, sfregia l’articolo 18 e non risponde alle giovani generazioni imprigionate nella precarietà esistenziale. L’asprezza della crisi sociale ed economica meriterebbe risposte forti e coraggiose, sia in termini di rilancio di politiche attive per il lavoro e di difesa e valorizzazione del patrimonio industriale, sia in termini di riqualificazione e irrobustimento del Welfare. Si va invece nella direzione contraria.

Si sono illuse le giovani generazioni, in loro nome si è approvata una riforma che peggiora le condizioni dei precari, delle partite iva e dei lavoratori autonomi, lasciati senza sostegno al reddito e distruggendo il poco welfare rimasto.

Il dogmatismo ideologico dei liberisti al governo rifugge dal confronto con la realta’ e impone scelte che stanno aggravando la crisi del Paese. Al dramma della disoccupazione crescente si risponde con i licenziamenti facili. Una volta aperto quel varco nel settore privato, di conseguenza si reclama la liberta’ di licenziamento anche nel pubblico.

La questione sociale riesplode in forme di dilatazione quotidiana dell’area della poverta’, e a questo si replica implementando il prelievo diretto e indiretto dai ceti medio-bassi. Tutto nel nome della cosiddetta Europa, intendendo per Europa nulla che somigli ad un processo di legittimazione democratica, nulla che dimostri consapevolezza per i rischi di rottura della coesione sociale e per i conseguenti rischi di collasso della civilta’ europea.

Penso che siamo molto vicini al punto di fusione tra rottura sociale e crisi democratica: spero che la politica sappia intendere l’estrema drammaticita’ di questo passaggio davvero storico e soprattutto sappia offrire una risposta capace di evocare un’alternativa credibile e capace di dare speranza a un’Italia ferita e spesso persino disperata.

Nichi Vendola

mercoledì 23 maggio 2012

Diritto di sapere


I ragazzi e le ragazze che negli ultimi 20 anni hanno visto la strage di Capaci, hanno negli occhi le immagini di una strada sventrata, le immagini di vite e di impegno per la giustizia fatte a brandelli. Quei ragazzi e quelle ragazze hanno diritto di sapere, come tutti noi, la verità di quegli anni.

Cosa è accaduto davvero nel profondo della storia del nostro Paese in quel periodo? La sottovalutazione della politica o peggio la complicità verso i fenomeni mafiosi, la mistificazione, l’omertà di settori delle Istituzioni hanno permesso nel corso degli anni, troppe volte, la penetrazione nel corpo dello Stato del cancro dell’illegalità, del malaffare, della criminalità organizzata. Gli impegni solenni spesso non mantenuti di raggiungere la verità, le menzogne di Stato, in questi 20 anni hanno segnato troppe volte la vita dei siciliani e degli italiani.

Far luce fino in fondo nella storia terribile di quel periodo è il modo migliore per ricordare in dignitosamente le vittime della mafia. Ancor più oggi non possiamo proprio abbassare la guardia: abbiamo il diritto di ribellarci ad una deriva fatta di prepotenza e di illegalità.

Dagli squarci di luce su allora dipendono ancor oggi la qualità della democrazia, quanto mai necessaria oggi in questa fase così delicata e turbolenta della nostra storia repubblicana.

martedì 22 maggio 2012

La Terza Repubblica


Probabilmente ha ragione Luca Orlando quando, da Palermo, parla dell’alba di una Terza Repubblica che rimuove e seppellisce definitivamente le macerie di questa nostra malinconica seconda repubblica. Ma la Terza Repubblica non è solo Palermo: è Genova, è Milano, è Cagliari, è Napoli. Si è palesata in tutti gli appuntamenti elettorali in cui i candidati e i progetti di governo non erano passati dal tritacarne dei partiti, non erano il frutto della melina tra segretari, non erano figli minori degli apparati.

A Milano Pisapia vince perché si rivolge ai milanesi, non solo perché raccoglie dietro di sé un rianimato centro sinistra. Vince De Magistris a Napoli perché convince i napoletani a non indossare l’abito del lutto, a scrollarsi di dosso l’idea che non vi sia altra strada tra il consociativismo mafioso proposto dalla destra e gli epigoni del bassolinismo. Vince Orlando a Palermo perché sa che dalla crisi verticale della politica, rappresentata in città dalla giunta Cammarata e in Sicilia dall’inciucio con Lombardo, si esce solo con un gesto liberatorio, netto, definitivo. Ferrandelli, che ha trent’anni in meno di Orlando, avrebbe potuto assumere su di sé questo ruolo se ne avesse avuto la convinzione interiore e la libertà necessarie: e invece ha scelto la via del più logoro doroteismo, prendendosela con Orlando invece che con Lombardo, accettando l’abbraccio mortale di quei due signori del PD, Cracolici & Lumia, che hanno ridotto il loro partito al 6 per cento pur di rosicchiare i torsoli nel piatto del governatore. Noi, noi di SEL, che di Raffaele Lombardo siamo stati e siamo i più determinati e limpidi avversari politici (e su questo non ci piove!), su Palermo abbiamo peccato di ingenuità e di lealtà (lealtà al risultato delle primarie). Ed è giusto adesso farne ammenda.

Ma la vittoria di Orlando va letta in un contesto meno localistico, più politico, va affiancata ad altre cose straordinarie che sono accadute in Italia in questi mesi. Che ci raccontano la vittoria del centrosinistra solo quando non è stato la proiezione dei tatticismi e delle prudenze degli apparati: altrimenti resta solo una formula logora, una morta gora, un residuo. Il centrosinistra vince sovvertendo i pronostici a Palermo, a Milano, a Cagliari, a Napoli e altrove perché sceglie di rivolgersi alle donne e agli uomini, non alle filiere dei dirigenti di partito. Perché parla di alternativa, non solo di discontinuità. Perché pratica una verità di parole e di proposte che non devono fare i conti con alcun emendamento di convenienza. Orlando, ieri, l’ha battezzata Terza Repubblica. Credo, ripeto, che abbia ragione. Purché non resti solo una storia palermitana.

Claudio Fava

giovedì 17 maggio 2012

E' un Paese per vecchi


Sul quotidiano “La Repubblica” di oggi è apparso un articolo che rileva come la classe dirigente italiana sia la più vecchia d’Europa. L’analisi è contenuta in un report della Coldiretti, che ha riscontrato che nel nostro Paese l’età media dei funzionari italiani è di 59 anni.
L’analisi si concentra principalmente sulle “poltrone” universitarie e su quelle politiche. Un quarto dei professori universitari ha infatti più di 60 anni, mentre sul fronte politico il “ricambio generazionale” ha portato in cabina di regia un Presidente del Consiglio sessantanovenne – comparando tali dati con i corrispettivi europei è utile osservare come in Spagna solamente l’8% del corpo docenti raggiunga i 60 anni di età, mentre nel Regno Unito David Cameron è diventato Ministro a “soli” 43 anni.

Il report di Coldiretti prosegue: i ministri più giovani del Governo Monti hanno 57 anni e nelle ultime tre legislature in Italia siano stati eletti solamente due deputati under 30. Tali dati costituiscono già di per se stessi un grosso campanello d’allarme, soprattutto se incrociati con quelli relativi all’occupazione in Italia nel primo trimestre del 2012 – l’Istat ha rilevato che il nostro Paese ha raggiunto un tasso di disoccupazione vicino alla doppia cifra (9,8%) e ancor più drammatica è il dato percentuale della disoccupazione giovanile (35,9%).

La riforma del mercato del lavoro non ha prodotto quelle risposte che la società civile si aspettava, il ddl mantiene inalterate le 46 forme contrattuali atipiche vigenti nel nostro paese e a quanto pare anche solo per prendere in considerazione il reddito minimo garantito i tempi non sono sufficientemente maturi come l’età media della nostra classe dirigente – a tal proposito: solamente l’Italia ne è sprovvista, in Europa.

Quale ipotesi si prospetta per i giovani del nostro Paese? E’ chiaro che proprio il Ministro della Coesione territoriale a rilevare che “se l’Italia non riesce a crescere, è giusto che i giovani vadano via” allora, a quel punto, le ragioni sono sufficientemente valide per ipotizzare che la Coesione territoriale risieda altrove. Diciamo all’estero.

Eppure parecchi giovani italiani vorrebbero continuare a vivere lavorando nel proprio Paese. I giovani italiani sono una risorsa, per il proprio Paese. Anche le istituzioni se ne rendono conto, un mese fa il Ministro degli Esteri Giulio Terzi di Santagata aveva ipotizzato una piattaforma virtuale per recuperare il patrimonio intellettuale perduto. Ma la sensazione è che la proposta, seppur innovativa, non vada nella direzione giusta.

Magari, ogni tanto, si potrebbe anche provare a pensare di svecchiare il patrimonio antropologico istituzionale. Magari, se davvero il problema del patrimonio intellettuale perduto è davvero caro alle istituzioni stesse, si potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di investire nell’Università e nella ricerca – che sono il fondamento primo della crescita di una nazione democratica.

Anche per questo che SEL sarà in piazza a Roma, a sostegno de “La meglio gioventù”. L’appuntamento è per il 26 maggio, unitevi a noi!

martedì 8 maggio 2012

"Non li snobbiamo. Subito un confronto"


«Il tracollo del centrodestra, il fatto che il centrosinistra non riesca ad approfittarne per decollare e l’irrilevanza del terzo polo». Questi secondo Nichi Vendola i tre dati fondamentali che escono dal voto amministrativo.

Ne metterei un quarto piuttosto rilevante, Vendola, ossia l’affermazione del Movimento 5 Stelle.

«Ovviamente sì, un’ affermazione che vedo come una spina nel fianco del centrosinistra. Perché quel Movimento riesce a catalizzare il disincanto e a organizzare un nuovo civismo. Noi non dobbiamo assolutamente snobbarli ma, al contrario, aprire un confronto serio con loro. E lo dico al netto delle polemiche che mi hanno contrapposto a Beppe Grillo».

Scusi, ma due settimane fa. in un’intervista al nostro giornale, lei definì l’antipolitica “un’onda melmosa gonfia di passioni tristi, di livore che sostituisce l’analisi, di grugniti che prendono il posto delle strategie. Una sorta di bestemmia liberatoria…”. Cambiato opinione?

«Ma no, quella per me era ed è l’antipolitica. Tutt’altra cosa è chi lavora sul  territorio come i tantissimi militanti ed elettori del Movimento 5 Stelle. Con loro dobbiamo parlare e misurarci, non certo fare a gara di insulti. Anche perché il suo consenso è direttamente proporzionale al deficit di credibilità che spesso azzoppa il centrosinistra».

Eppure sembra che il centrosinistra riesca a vincerle queste elezioni…

«Sicuramente alla fine dei conti, avremo vinto gran parte delle sfide. Tuttavia. di fronte alla sconfitta storica di Pdl e Lega, una sconfitta che potrebbe anche essere la chiusura di un ciclo, io non vedo ancora un progetto forte, un’idea compiuta di alternativa. Mi pare che siamo visti solo come una coalizione elettorale ma non politica e spesso percepiti come un sistema di potere e non come un’Alleanza per il cambiamento».

Lei pensa che questo voto rilanci la famosa foto di Vasto?

«lo non parlo di foto ma di progetti, penso che se non mettiamo in campo da subito la nostra proposta per l’Italia rischiamo di perdere il treno. Invece vedo che il Pd continua ad attardarsi dietro alla chimera del Terzo Polo che, come hanno dimostrato gli elettori, non ha corrispondenza nella società e nel voto. Direi che risulta una forza irrilevante. Gli stessi ceti medi piuttosto che inseguire gli aquiloni del moderatismo sì tuffano nel mare agitato del radicalismo populista».

Come in Grecia ma non come in Francia.

«lo vedo un sintonia tra il voto francese e quello greco. Hollande vince perché dice parole forti contro le politiche liberiste e di austerità dell’Europa. In Grecia perdono quelli che hanno sacrificato il popolo sul1′altare  del memorandum europeo, mentre vincono due partiti di sinistra che fanno un discorso europeista ma alternativo. Ovviamente anche qui esiste un’onda melmosa, stavolta composta da neonazisti».

Quindi secondo lei dalla Francia alla Grecia passando per l’Italia, il voto è contro questa Europa?

«E’ evidente che c’è un fortissimo malcontento nei confronti delle tecnocrazie europee, compresa quella che guida il governo italiano».

Prima il Pd fa cadere Monti e meglio è?

«Quando ci si spaventa di fronte agli effetti della democrazia, siano i referendum, o le elezioni anticipate, si commette un grave errore. La medicina che può curare la crisi della nostra società non é la tecnica ma la politica. La democrazia non è il problema, è la soluzione».

Ma Bersani ha detto che lui non vuole vincere sulle macerie del Paese…

«Con molto affetto gli rispondo che io spero di non perderle quelle elezioni, sulle macerie del Paese. Francamente non mi pare che il nostro governo le stia rimuovendo quelle macerie».

Intervista di Riccardo Barenghi a Nichi Vendola pubblicata oggi sul quotidiano La Stampa

lunedì 7 maggio 2012

Le urne europee bocciano l'Austerity


La notizia «politica» di oggi è che le urne europee hanno ampiamente bocciato l’Austerity. La notizia «economica» , invece, è che le oligarchie finanziarie dei mercati non hanno riposto fiducia alcuna nei risultati elettorali di ieri. Non andrebbe mai dimenticato che ogni elezione palesa le volontà democratiche di un popolo, tuttavia gli speculatori della finanza si ostinano a non tenere conto delle «urgenze sociali» dei propri cittadini.

I cittadini francesi hanno scelto quale loro presidente il socialista François Hollande – che in campagna elettorale ha proposto una riforma fiscale progressiva e, soprattutto, la revisione del patto di stabilità a livello europeo. In Grecia, invece, la situazione è più complessa. La Nea Dimokratia e il Pasok in linea teorica potrebbero dar vita ad nuova, fragile coalizione di responsabilità ma il principale risultato elettorale è un altro: entrambi hanno registrato un enorme calo di consensi, le urne hanno premiato gli schieramenti della sinistra radicale – oltre agli estremisti di destra di Alba Dorata.

Le due competizioni elettorali presentano un vistoso dato comune: l’Austerity non piace. Non piace ai cittadini francesi, non piace ai cittadini greci e del resto lo si sapeva già: lo hanno ripetutamente manifestato nel corso di questi ultimi anni e finalmente hanno avuto l’occasione per poterlo palesare in seduta elettorale.

Se l’elettorato greco ha colto un’importante, ennesima occasione per gridare all’Unione Europea il proprio malcontento per una politica di rigore drammatica e depressiva, quello francese ha candidamente illustrato alla sovrana Merkel il proprio scetticismo per una strategia di contenimento che oltre ad essere recessiva si è rivelata profondamente improduttiva.

Le elezioni greche, purtroppo, a poco servono per tirare fuori dall’impasse la politica e l’economia della società ellenica. Le elezioni francesi, al contrario, contengono un messaggio chiaro ed importante per l’Unione Europea e il suo sovrano: rivedere il Fiscal Compact per non deprimere la crescita.

Ad ogni modo, ci sono ragioni sufficientemente valide per sperare che qualcosa a livello comunitario possa cambiare. Noi lo crediamo: c’è un’Europa Migliore.

mercoledì 25 aprile 2012

Una memoria senza sconti


In un paese diviso non per pregiudizi ideologici ma per la realtà delle cose, è difficile che la memoria unisca tutti. E forse è un bene che sia così. E’ un bene che quest’anno il 25 aprile a Roma non abbia tra gli ospiti poco desiderati Alemanno e la Polverini. E’ un bene che l’Anpi abbia scelto di non corteggiare alcuna retorica spiegando al sindaco e alla presidente della regione che il giorno della Liberazione è un giorno di scelte: o si sta dalla parte della democrazia e dell’antifascismo o si ammicca ai giovani fascisti di borgata, ai saluti romani di casa Pound, al circo degli amici camerati piazzati a dirigere il sottogoverno della capitale e della regione come vecchi democristiani.

L’Italia oggi è un paese libero ma diviso. E il 25 aprile serve a ricordarci entrambe le condizioni: il prezzo pagato 67 anni fa per dirci oggi liberi e il peso di quelle divisioni che rendono insostenibile e umiliante l’esistenza per molti italiani. Se tre milioni di disoccupati hanno cronicizzato la loro rassegnazione e non cercano più un’occupazione, se le dieci famiglie più ricche del paese valgono economicamente – redditi, proprietà, rendite – come tre milioni di famiglie, se lo “spread” (quello vero, inciso sulla carne viva dell’esistenza) continua a divaricare come un forcipe l’Italia allontanando inesorabilmente chi ha sempre di più e chi non ha affatto, il 25 aprile deve farsi carico anche di questo.E deve proporre gesti, scelte, parole di liberazione, qui ed ora, dalle condizioni di una nazione non solo sempre più povera ma anche più diseguale.

Il 25 aprile parla all’Italia ma racconta anche l’Europa. Il governo delle destre, da Sarkozy alla Merkel, da Cameron a Monti, è chiamato a fare i conti col fallimento del proprio progetto politico. Un progetto diffuso, destinato a trasformare i diritti in merce, a sottomettere le pratiche della democrazia alle speculazioni delle borse, a trasformare il progetto civile e sociale dell’integrazione europea nel governo indiscusso della sua banca centrale. Un primo segnale è arrivato dalla Francia. Altri segni, altri gesti andranno costruiti con pazienza ovunque. Anche restituendo intransigenza alla memoria della resistenza e della liberazione: senza sconti per nessuno.

Claudio Fava

lunedì 23 aprile 2012

Vive la gauche!


La prima impressione che viene guardando i risultati del primo turno delle elezioni presidenziali in Francia è che tanta gente è andata a votare. La temuta astensione di massa non si è manifestata e, probabilmente, i dati che la prevedevano incorporavano una quota di indecisi che alla fine hanno deciso di mobilitarsi. Penso che il motivo prevalente, in tempi di crescente antipolitica, sia dovuto alla nettezza e articolazione delle proposte politiche in campo. La prima considerazione, quindi, riguarda la necessità di tener viva la competizione democratica consentendo l’effettivo esercizio della scelta elettorale tra opzioni ben distinte, a differenza di tentazioni neoautoritarie basate sulla convergenza forzosa, magari in grandi coalizioni, che sequestrano la possibilità effettiva di scegliersi il proprio programma politico.

La seconda osservazione è certamente relativa al crollo di Sarkozy. Due milioni di voti persi rispetto al voto di cinque anni fa rappresentano una bocciatura senza appello. Più che l’aritmetica che somma i voti delle destre è questo il dato che, probabilmente, segnerà anche il secondo turno. I francesi hanno bocciato il mix sarkozista di nuova destra populista in patria e rigorista, persino in asse con la Germania di Angela Merkel, in Europa. Il presidente neogollista ha squassato la politica francese, oscillando tra posizioni estremiste di destra contro rom, migranti e “racaille” delle banlieu e occhieggiamenti alle elites economiche e culturali. Dopo cinque anni il giovane e “nuovo” Sarkò appare logoro e incerto: dalle amicizie pericolose di Ben Alì alla guerra brutale in Libia, dal profilo “americano” dell’era pre Obama al vanto di aver salvato la Francia dalla crisi (ma in realtà il paese non ne è stato ancora investito con la forza dei vicini mediterranei). Anche la gestione molto decisa ed efficace della tragedia di Tolosa è apparsa fuori tempo massimo per restituire l’allure da uomo deciso oramai perduta.

Il risultato di Hollande è ottimo. Passare il primo giro in testa vuol dire fare la corsa e, vista la crescente sfiducia nel presidente uscente, è sempre più probabile che, come indicano tutti i sondaggi, la Francia rielegga un socialista all’Eliseo, il secondo Francois. Hollande ha avuto il merito di resistere alla lunghissima campagna cominciata con le primarie. Ha attraversato indenne il caso Strauss Kahn, le tensioni interne al Ps, la lunghezza stessa della campagna che lo stava logorando, evidenziandone i limiti di leadership carismatica, mentre stava sorgendo l’astro di Melenchon. Il suo merito, quindi è stato quello di costruire un programma credibile e di sinistra, dalla politica fiscale alla revisione del Fiscal compact passando per le proposte di assunzioni nel campo della scuola, facendo la campagna sui contenuti piuttosto che sull’apparire “personaggio”: il contrario di ciò che fece Segolene cinque anni fa. Ciò che a Hollande è stato rimproverato, la sua eccessiva seriosità, si è rivelata una “forza tranquilla” che mi auguro sbarchi nel più alto scranno della Republique.

Eppure, il secondo turno dipenderà dagli elettori che hanno fatto altre scelte, visto che in Francia il sistema a doppio turno è stato pienamente introiettato e non mette in crisi il principio bipolare. In questo campo fa impressione l’affermazione di madame Le Pen, che raggiunge quasi il 20%. è il più alto risultato di sempre per il Fronte Nazionale, più alto di quello raggiunto dal vecchio Le Pen nel 2002 che lo portò fino al ballottaggio con Chirac. È un dato davvero straordinario, inquietante e sorprendente. Di fatto Marine Le Pen è oramai candidata alla leadership della destra francese nel suo complesso. L’ho ascoltata e letta molte volte: è brillante, moderna, senza cedimenti da parvenù, senza la patina del suo coriaceo e terrificante padre, netta nelle prese di posizione. È la destra che fa più paura, poiché può diventare, magari tra cinque anni, persino presidente della civilissima Francia. Marine Le Pen ha fatto il pieno dei voti persi da Sarkozy e altri ne ha presi da possibili astensionisti. La sua durezza nazionalista e xenofoba è stata porta con uno stile asciutto e credibile e, probabilmente, molti elettori della destra avrebbero voluto proprio lei al ballottaggio contro Hollande. È improbabile che a questo punto, oscenda sul terreno della contrattazione politica, magari per qualche seggio in parlamento in condominio con l’Ump. È più facile che scelga di non dare indicazioni esplicite, mettendosi alla finestra e iniziando a lavorare per la grande scalata di domani. La nuova destra è uno spettro che s’aggira per l’Europa e Le Pen ne è la punta di lancia.

Buona è certamente l’affermazione di Melenchon. Il suo iniziale 5% nei sondaggi si è più che raddoppiato, anche se non ha mantenuto le promesse dei sondaggi più favorevoli (che sono arrivati fino al 14/15%) e soprattutto delle piazze che si sono riempite in una campagna realmente trionfale. Melenchon aveva puntato a contendere al Fn il voto dei ceti ultrapopolari più colpiti dalla crisi e dalle paure della crisi. Questa sfida l’ha persa, ma è stato comunque fondamentale averla ingaggiata, soprattutto in prospettiva. È invece riuscito nel colpo del voto utile. Sì, priprio il candidato che più di ogni altro ha denunciato il ricorso al voto utile da parte di Hollande (che in definitiva non c’è stato) è riuscito ad attrarre i voti delle forze di estrema sinistra (che hanno sempre raggiunto complessivamente risultati a due cifre), risultando l’interprete più credibile del peso politico gauchista. Melenchon è riuscito quindi a convincere una parte significativa dell’elettorato a “spostare a sinistra” l’asse della prossima presidenza ed infatti ha subito fatto un appello al voto “contro” Sarkozy, certo non potendo più aspirare a ruoli di primissimo piano (si è parlato persino della presidenza del consiglio ad un certo punto) ma di certo ad un ottimo accordo per le prossime legislative. Sul fronte Hollande si è subito collocata Eva Jolie, la verde che non è mai decollata e che è riuscita a strappare poco più del 2%, ma soprattutto che non ha mai imposto nessun tema ambientalista durante la campagna.

Infine, ciò che resta del centrismo si è riconosciuto in Bayrou. Il candidato centrista non ha nessun potere di influenza sul suo elettorato e quindi, secondo stime e osservatori, gli elettori centristi voteranno in maggioranza per Hollande o si asterranno.

Certo è che i centristi di casa nostra non potranno neppure far finta di enfatizzare un dato che, pur raggiungendo un onesto 9%, risulta politicamente del tutto irrilevante, al massimo mantenendo un interesse di tipo elettorale.

Per il secondo turno la partita sarà comunque aperta. La Francia si è scoperta mai così di destra (ma solo se si sommano i dati di Sarkozy e di Le Pen) eppure pronta ad eleggere un socialista. Del resto anche nel 2002, all’epoca dello sconcertante ballottaggio Chirac Le Pen, il voto della sinistra era maggioritario ma troppo diviso e quindi Chirac raccolse un plebiscito di voti di sinistra e “repubblicani”. Anche oggi vincerà chi saprà unire più anime, più che differenti partiti. La sensazione forte è che Sarkozy abbia troppo diviso per riunificare un fronte in due settimane e che, invece, Hollande abbia abilmente tessuto una trama che lo ha reso il naturale rappresentante della sinistra francese, ma non solo. Noi abbiamo tifato per Hollande al primo turno e, a maggior ragione, lo faremo al secondo. Confidiamo in una vittoria che apra la strada alla sinistra in Francia, alla rottura del patto delle destre egemoni in Europa (sia sul versante della Merkel che su quello della delirante lettera dei 12 sulla crescita voluta da Monti e Cameron) e speriamo anche ad un sussulto di ragionevolezza per la politica italiana. Se puoi scegliere puoi sperare di cambiare e non è detto che il cambiamento non sia un progresso. Se non si può scegliere, ingabbiati dai Monti e dalle ABC, non puoi sperare di cambiare ma solo di “scassare”.


Gennaro Migliore

martedì 17 aprile 2012

"L’antipolitica ci fa fare un pauroso salto indietro"










"La ripoliticizzazione dei partiti e la loro rifondazione deve passare attraverso un nuovo agire collettivo in grado di restituire un messaggio di speranza". E’ questa la ricetta di Nichi Vendola contro l’antipolitica che monta nel Paese. Per niente ammaccato dalle notizie che lo vedono indagato il governatore pugliese è più che mai intenzionato a rilanciare l’azione politica del centrosinistra.

“Dobbiamo interrompere questo cortocircuito antropologico con una coalizione di centrosinistra che sia una grande alleanza tra politica e nuove generazioni. A settembre convochiamo gli Stati generali del futuro e riconsegnamo un messaggio di nuova prospettiva”.
Vendola, secondo lei bisogna rifondare i partiti. Secondo Angelo Panebianco invece, andrebbe rivisto il loro ruolo: non piu’ principi, ma sherpa al supporto di coloro che si sfidano sul piano elettorale. Che ne pensa?
“Non sono d’accordo. Dobbiamo partire dalla crisi che c’e’ in Italia e in Europa per capire dove si forma l’onda melmosa dell’ antipolitica che rischia di montare e che rappresenta un pericolo per
il futuro dello stesso vecchio Continente. Noi siamo in una fase in un cui il mix micidiale di disoccupazione di massa, recessione e caduta libera della credibilita’ della politica rischia di segnare un drammatico punto di cesura rispetto alle narrazioni civili e democratiche che hanno plasmato la nostra storia dal 1945.

Crisi della politica e crisi sociale: c’e' davvero il rischio di un salto nell’abisso per la democrazia?
«Purtroppo ci sono precedenti. Crisi sociale e crisi democratica in Europa nel Novecento hanno partorito il fascismo».

Non credera’ che siamo di nuovo di fronte a spinte di quel tipo?
«Evocare questo precedente, sia chiaro, non deve servire a nevrotizzare la discussione ma a rendere piu’ approfondita l’analisi di questa crisi. La spinta di nuovi populismi nazionali si aggancia allo smarrimento di grandi porzioni del Continente e puo’ scommettere sullo smottamento del ceto medio e la precarizzazione della vita produttiva delle nuove generazioni. L’antipolitica puo’ essere l’incubazione di una paurosa regressione, in forme modernissime si puo’ prospettare un vertiginoso salto indietro perche’ la globalizzazione senza regola ha trasformato la politica in una contesa rumorosa e talvolta priva di oggetto».

Il ministro Riccardi individua nei partiti la responsabilita’ di non aver saputo leggere e quindi governare questa globalizzazione.
«Con la globalizzazione la politica si e’ fatta paurosamente debole e la finanza paurosamente forte, mentre le destre hanno costruito il circolo del loro consenso mettendo insieme la baldanzosa
apologia del primato della finanza globale e il mito delle piccolo patrie. Hanno messo in atto la predicazione razzista, il paradigma della paura fondata sull’ evocazione di fantasmi della diversita’. Il punto di svolta e’ che l’Europa rischia di spezzarsi nella propria spina dorsale. Non c’e' più l’ Europa del welfare, di un racconto civile e sociale. E’ la prima volta che in Italia, ad esempio, le giovani generazioni si sentono globalmente escluse da un circuito produttivo, il ceto medio si va restringendo. In questo contesto i partiti sono stati arroganti perche’ deboli, voraci perche’ contavano poco».

Da dove si deve ripartire, allora?
«I partiti devono ricominciare ad affermare un proprio punto di vista autonomo, ripartendo dal concetto di bene comune e abbandonando questo asservimento alle lobby e ai gruppi di potere».

In realtà le vicende Lusi e Lega hanno dimostrato che molto spesso e’ stato l’ interesse personale a determinare l’agire dei alcuni politici.
«La domanda che bisogna porsi e’ come mai vent’anni dopo tangentopoli siamo allo stesso punto? Forse perche’ vent’anni fa la corruzione veniva percepita come una patologia mentre oggi viene percepita come la fisiologia della vita pubblica. Ma dobbiamo raccontare tutta la verita’: se nella politica c’e’ chi e’ corrotto vuol dire che nella societa’ c’e' chi corrompe ed aver fatto della politica l’unico imputato vuol dire non voler capire quanto profondo sia il guasto. Ci sono pezzi del sistema d’ impresa, delle corporazioni, della burocrazia che hanno assediato la politica per interessi privati e non collettivi. Nella misura in cui tutto e’ mercato, tutto ha un prezzo, anche la politica si e’ organizzata come mercato elettorale tanto e’ vero che le campagne elettorali sono diventate giostre faraoniche di spreco di risorse».

E questo e’ uno temi su cui si dibatte di piu’. C’e’ chi sostiene che bisognerebbe abolire i finanziamenti pubblici.
«Si dovrebbe stabilire un tetto massimo di spesa per le campagne elettorale, si deve procedere subito con una legge sulla trasparenza dei bilanci, che devono dimagrire e si deve tornare ad un
regime di sobrieta’. Ma quando abbiamo fatto tutto questo rischiamo di aver operato in superficie se la politica non si riappropria di un suo punto di vista autonoma su modello di sviluppo, crescita, etica, organizzazione dei beni pubblici. Spetta alla politica indicare i vincoli e limiti di una crescita economica che non può mai assumere contorni di neoschiavismo e di arretramento dei diritti universali».

Intanto, mentre i partiti si interrogano su come riacquistare la fiducia dei cittadini Beppe Grillo avanza.
«L’antipolitica non e’ l’antidoto alla cattiva politica e’ la sua variante più pericolosa perchè mette sul piedistallo l’epopea e la retorica di un demiurgo, di una personalità che propone il proprio carisma come una sorta di esorcismo e attraverso le bestemmie salvifiche pensa di voler far sparire il mondo dei cattivi. Per questo serve un’alternativa forte di buona politica che metta insieme il valore della democrazia e la centralità di una giustizia sociale».

Intervista a Nichi Vendola uscita oggi su L’Unità a cura di Maria Zegarelli.


lunedì 16 aprile 2012

L'amore assassino











L’assassinio di donne è all’ordine del giorno, come cronaca di quotidiana, efferata violenza di uomini sulle donne. Atavica pulsione maschile, spesso in agguato tra le mura domestiche più che nei luoghi – lo ripetiamo ad ogni femminicidio – esposti o poco protetti delle metropoli. E pulsione densa, viene subito da dire ai più, di tutti gli arcaismi immaginabili e ipotizzabili, un male dei primordi delle relazioni tra i sessi, che la modernità dei diritti, l’emancipazione delle donne, la libertà femminile non sono riusciti a debellare. Ma le cose non stanno proprio così ed è fuorviante attenersi allo schema interpretativo che mette in primo piano come spiegazione il carattere arcaico della violenza maschile, la logica patriarcale ad essa sottesa.

Uno schema di questo genere è in realtà nient’altro che una sorta di meccanismo giustificatorio e liberatorio, che impedisce di guardare più da vicino le questioni, nascondendole dietro l’indecifrabile cortina di un’ incombenza che vien da altri mondi e epoche e qualche volta esce fuori, così, come un male della natura. E contro cui dunque quasi nulla di veramente risolutivo si può fare, se non invocare la moltiplicazione dei dispositivi di sicurezza a protezione dell’incolumità delle donne. Ma a che servono misure di questo genere quando la violenza è quella della casa dove si condivide una storia d’amore nata o andata a male o all’improvviso impazzita come la maionese e quando la mano assassina è quella di un uomo con cui condividi quel tratto della tua vita? Atavica pulsione maschile sicuramente: su questo aspetto non c’è molto da dire, la storia delle relazioni tra i sessi ce lo racconta fin nei dettagli. Espressione tuttavia, questa pulsione, non di un’epoca arcaica ma in tutto e per tutto della nostra epoca, delle sue contraddizioni e dilemmi, delle sue libertà e strettoie, dei suoi passi avanti e delle sue regressioni.

Riprendo un passaggio contenuto nell’articolo di Celeste Costantino intitolato “La fortuna di non essere uccisa”, del 4 aprile scorso. Il passaggio mette a fuoco un aspetto a mio giudizio di grande importanza, che contribuisce ad affrontare il problema dal verso giusto. Scrive Celeste che“aumentano le violenze fra le giovani generazioni e la maggior parte delle uccise quest’anno non aveva superato i 35 anni”. In tempi di crisi, argomenta ancora Celeste, “l’umanità che ci troviamo di fronte è un’umanità abbrutita, di sconvolgimento dei ruoli. Se da una parte lo stato di precarietà avvicina i ragazzi e le ragazze e li mette nelle condizioni di ragionare intorno ad un’idea indifferenziata di cittadinanza, dall’altra parte la condizione “nuova” per i giovani uomini di non rispecchiare il modello materiale del padre – il ruolo che gli è sempre spettato nella società – porta con sé un lutto senza elaborazione con dentro un grande carico di violenza.

Oggi l’unica “cosa” che puoi possedere è un’altra persona.” Penso che si debba partire proprio da qui, perché qui, nel lutto non elaborato di qualcosa che si è perso senza sapere neanche che cosa fosse ma che ti performava l’esistenza e dava ordine alle cose della tua vita, proprio in questo consiste il nocciolo duro della questione. L’amore assassino che muove oggi la mano maschile non è il frutto velenoso dell’ordine patriarcale ma, al contrario, della dissoluzione di quell’ordine. La violenza maschile contro le donne è indizio oggi non del patriarcato, ma della sua crisi. Il lessico lo dice, perché le parole mettono in luce non solo la cornice e l’affresco di una fase storica ma quello che c’è dietro, soprattutto le parole nuove. inventate, riacchiappate, stanno a indicare i passaggi e le svolte, soprattutto quelle radicali.

L’affermarsi, per esempio, di una parola inedita e acuminata come “femminicidio” è emblematico: parola impensata e impensabile in epoca di dominio patriarcale, con le donne prive di soggettività giuridica e statuto morale, minus habentes da indirizzare, controllare, punire se necessario. Violenza sulle donne legittima, dunque, con quell’ordine, perché le donne dovevano fare quello che dovevano fare: punto e a capo. Stare al loro posto. E se le cose non quadravano la potestà maschile era legittimata a intervenire. Sino a un certo punto? Niente affatto, perché, in ogni caso la riprovazione sociale era sempre contro la donna che disobbediva. E’ con la crisi di quell’ordine, di quella potestà, che la violenza contro una donna, l’assassinio di una donna vengono riconosciuti per quello che sono. L’hanno chiamata così le donne in primo luogo, non accettandola più come qualcosa di naturalmente connesso all’esercizio di un’autorità riconosciuta. Potere maschile considerato invece arbitrario, lesivo della dignità e autonoma soggettività femminile.

Ma è proprio la sfaldamento dell’autorità maschile, non sostituita da un altro modo di approcciarsi al mondo e alle relazioni con l’altro sesso, che alimenta la società del disagio maschile. Non tutti assassini di donne, ovviamente, ma tutti, salve rare eccezioni, incapaci di farsi carico del problema come di una questione che li riguarda sul piano sociale e simbolico, se non, va da sé su quello giudiziario.

La crisi del patriarcato ha trovato gli uomini muti e incapaci finanche di capire la natura profonda delle trasformazioni dei rapporti tra i sessi e la natura nuova e fuori norma della violenza maschile. Per loro, per tutti i maschi, quell’ordine non era il frutto di una complessa costruzione storico-sociale e di antropologia umana, ma una sorta di stato naturale delle cose, interiorizzato e vitale per il loro stare al mondo. E’ come se si fosse dissolta la tutelante coperta di Linus. Poche voci intermittenti e molto silenzio. Ciò che viene chiamata violenza sulle donne si estende, si allarga, a misura che le donne stesse acquisiscono libertà e accesso a ruoli di potere, mettendo in discussione molte cose.

Come sottolinea Celeste Costantino, questa violenza penetra a guastare i rapporti delle generazioni più giovani, quelle che dovrebbero costruire le basi di una nuova civiltà delle relazioni tra i sessi. Libertà e potere femminili fanno paura e non a caso la violenza maschile si esprime anche nella misoginia di leggi repressive e lesive anche della libertà sessuale e riproduttiva e in forme di regressioni culturali sempre dietro l’angolo, in formule di giustificazione dei femminicidi che dovrebbero inquietare e suscitare riprovazione. E invece passano. “L’ha fatto per amore”. Nel frattempo impotenza e frustrazione subentrano anche nei giovani maschi, di fronte alla perdita non elaborata di un’autorità che una volta era legittima – quando famiglia e comunità sociale gravitavano intorno alle figure di capi maschili – e ora non conta o conta se la donna l’accetta e la condivide.

E’ da qui che bisognerebbe ricominciare a ragionare, ipotizzare, sperimentare, soprattutto tra i più giovani, ragazze e ragazzi. Farne un tema di narrazione, rappresentazione, sfida dei giovani maschi nel rapporto con le loro coetanee e con le donne in generale. Salve ovviamente tutte le misure che possano aiutare ogni donna che ne abbia bisogno a scampare al suo aguzzino. E possibilmente a prevenire.

Se non da loro, dai giovani di oggi, da chi può venire un passo decisivo a farne un problema di tutti, della società, delle relazioni che contano per il presente e il futuro, e non soltanto delle vittime?

Elettra Deiana

giovedì 5 aprile 2012

Una riforma contro il lavoro











Valuteremo nelle prossime ore con maggior dettaglio il testo della riforma Fornero-Monti. In ogni caso vi è nei fatti un problema di metodo gigantesco, la riforma Fornero nasce e si sviluppa nei sottoscala della politica, in accordicchi tra i partiti che sostengono in Parlamento il governo Monti, fuori da un confronto reale con il Paese e le forze sindacali. Il sindacalismo italiano potrebbe uscire indebolito ed umiliato da questa riforma.

Inoltre si mette la parola fine sulla straordinaria vicenda del diritto del lavoro italiano come diritto asimmetrico, capace cioè di riconoscere e tutelare il soggetto più debole – cioè il lavoratore – nel rapporto con l’impresa.

La cura, per quello che Monti e Fornero chiamano il ” dualismo perverso”, del mercato del lavoro, ovvero la difformità di tutele fra lavoratori stabili e lavoratori precari, è infatti risolta tout court con un livellamento al ribasso, scegliendo non di ampliare le garanzie ma di ridurle a chi le aveva conquistate.

In particolare riteniamo sbagliata la riforma per le modalità con cui affronta alcuni snodi fondamentali:

- l’articolo 18 per come lo abbiamo conosciuto non esisterà più, il reintegro è reso quasi impossibile e lo spazio d’intervento del giudice relativamente alla insussistenza non è ben definito. La questione è clamorosamente confermata dallo stesso Monti, che si è affrettato a tranquillizzare le aziende specificando che “il reintegro è riferito a fattispecie estreme ed improbabili”. Su questo punto si allude anche ad un cambio sostanziale di pelle e ruolo del sindacato, protagonista della conciliazione e anche della presa in carico per la ricollocazione del dipendente (insieme alle agenzie di somministrazione).

- L’apprendistato dovrebbe diventare il contratto prevalente per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Intanto la riforma mette le mani avanti: per i prossimi tre anni su dieci apprendisti l’azienda avrà l’obbligo di assumerne tre. Inoltre in barba alla centralità del contratto a tempo indeterminato ogni tre assunti due potranno essere in apprendistato (oggi il rapporto è uno a uno). In ogni caso l’apprendistato di cui stiamo parlando è quello di Sacconi, normato dal testo unico decreto legislativo 187 del 2011 che prevede tra le altre cose una sostanziale riduzione della parte formativa e addirittura l’autocertificazione delle imprese circa la formazione erogata all’apprendista.

- I contratti a termine non dovranno essere più giustificati con il c.d. “causatone”.

- Persino la norma sulle partita iva rischia di essere un vero pasticcio perché uccide la natura del lavoro indipendente nel ricondurlo alla forma contrattuale dei co.co.pro. Inoltre risulta difficile per un professionista decidere ex ante se un contratto rischia di divenire il 75% delle sue entrate e assumere il profilo della monocommittenza.

- Non viene abolita nessuna delle quarantasei forme contrattuali, nemmeno le più precarie, tra cui il contratto d’inserimento, il lavoro intermittente, la collaborazione a progetto.

- Anzi viene reintrodotta, assente nella precedente bozza, la forma odiosa dell’associazione in partecipazione.

- Nulla per combattere il precariato.

- Nulla sul reddito minimo.

- Nulla sulle politiche per lo sviluppo della nostra economia.

- Sugli ammortizzatori la situazione è drammatica: si passa da un sistema che garantiva, con le diverse forme, uno scivolo che poteva arrivare fino a quattro-cinque anni e il mantenimento del rapporto con l’impresa, ad un sistema che sgancerà immediatamente l’azienda dai lavoratori, lasciandoli totalmente soli con un sostegno economico di pochi mesi a separarli dal dramma della crisi economica e della disoccupazione.

Le cose vanno chiamate con il loro nome, siamo di fronte ad una riforma contro il lavoro. Il governo Monti sotto la spinta di una ideologia feroce, quella del conservatorismo globale, toglie valore al lavoro e lo subordina alle dinamiche macro economiche. Lo Stato nazionale piegato dalla crisi finanziaria scarica le sue difficoltà sul lavoro, le famiglie, le piccole imprese. La riforma Monti Fornero trasforma il diritto al reintegro da regola ad eccezione, monetizza il rapporto di lavoro svalorizzandolo e abbandona le persone che perdono il posto di lavoro al loro destino individuale. Così si abbatte il welfare, o quello che ne rimaneva, e il sistema di protezione sociale costruito nell’Europa del secondo novecento.

Siamo convinti che la mobilitazione sociale e sindacale, il conflitto e la discussione parlamentare possono ancora evitare questa tragedia.

L’alternativa, anche di governo, si costruisce a partire dalle tutele del lavoro, soprattutto in una fase recessiva come quella in corso, da risposte concrete per i precari, da un welfare inclusivo che non lasci nessuno da solo di fronte alla crisi e che si faccia carico delle difficoltà di futuro per i più giovani e per le donne. Questa riforma non porterà neanche un posto di lavoro in più e consegnerà centinaia di migliaia di persone ad un impoverimento progressivo senza prospettive e certezze.

Sinistra Ecologia Libertà ha scelto da tempo da che parte stare, verificheremo nei prossimi giorni cosa farà il resto del centrosinistra.

Massimiliano Smeriglio