Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull'ingiustizia. Enrico Berlinguer
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domenica 15 luglio 2012

Sinistra: il coraggio e la misura


Se oltrepassiamo il paranoico dibattito che si è aperto sulle alleanze tra i partiti in vista delle prossime scadenze elettorali italiane, ci accorgiamo che il tema vero è quale visione generale e quale idea di società siano adeguate per un cambiamento che non sia soltanto di facciata e che incida nelle condizioni materiali delle persone.

Tre questioni, tra le altre, si impongono: restituire credibilità ad una classe politica percepita come vecchia, inefficace, privilegiata e corrotta; riportare sotto il controllo democratico i meccanismi impazziti della finanza e dei mercati; migliorare la qualità dell’esistenza di quei milioni di soggetti umani che si arrabattano per non perdere la dignità, a partire dai giovani mortificati dal precariato.

Per affrontare questi problemi enormi, non c’è bisogno né di splendidi isolamenti dalle cui vette dispensare le magiche ricette né di larghe convergenze entro cui fare convivere chi pensa che la soluzione sia aggredire le diseguaglianze con chi sostiene che lo stato sociale debba sempre più assottigliarsi fino a scomparire.
C’è bisogno, invece, di chiarezza sui contenuti e, contemporaneamente, di formare una massa critica intorno ad un discorso e ad una proposta che siano in grado di parlare al Paese e di raccogliere il necessario consenso per vincere. E questo non lo si fa con gli schemi astratti tra progressisti e moderati o con l’infantilismo politico del trasporre automaticamente certi modelli in contesti altri, bensì attrezzando un percorso che coinvolga tutti i segmenti che compongono l’Italia, specialmente quelli poco o mai ascoltati.

Una rotta del genere non può non partire da un giudizio severo sul Governo Monti e da una presa di distanza dalle sue politiche per marcare una cifra culturale opposta.
Il tratto ideologico ed unificante delle riforme promosse dai cosiddetti tecnici (pensioni, mercato del lavoro, tagli lineari ai servizi pubblici travestiti da spending rewiew) consiste nel non considerare, e conseguentemente punire, le responsabilità di chi la crisi l’ha prodotta a danno di chi la sta pagando sulla propria pelle, ovvero nella rimozione delle differenze tra la minoranza che continua ad accumulare e sperperare, nonostante la crisi, e la maggioranza che ha perso il lavoro o fa fatica ad arrivare a fine mese.

Un esempio concreto di questo modo d’agire del Governo: preferire l’aumento dell’Iva, che colpisce indistintamente, alla tassazione delle rendite e delle transazioni finanziarie e dei grandi patrimoni (in luogo, ad esempio, dell’Imu sulla prima casa) o ad una lotta senza quartiere all’evasione fiscale, all’economia sommersa, ai capitali esportati all’estero.

Del resto, non che ci si potesse aspettare qualcosa di diverso da un esecutivo formato, prevalentemente, da liberali moderati (con qualche venatura di paternalismo) che oscillano tra una riverenza ossequiosa ai mercati e un calcolato vuoto di contenuti nel contrastare le situazioni di chi sta peggio.

Ciò nonostante, è opinione diffusa che Monti abbia conseguito brillanti risultati al recente vertice internazionale di Bruxelles e che la competenza sua e della sua squadra sarà indispensabile anche per la fase politica successiva; questa è la convinzione di fatto e con essa bisogna scontrarsi, non per strenua testimonianza ma per impostare meglio il processo sopra indicato.

Occorre, al più presto, un luogo di dibattito pubblico e di costruzione di proposte che tenga insieme chi crede che sia possibile definire i tratti essenziali di un programma alternativo al liberismo e al populismo, che riattivi i movimenti (dei precari, delle donne, per la libertà d’informazione, per i beni comuni, per i diritti del lavoro e civili), la cittadinanza impegnata, coloro che credono che la democrazia rappresentativa vada integrata con robuste iniezioni di democrazia diretta, i tantissimi amministratori virtuosi (non solo i sindaci!), quel popolo del centrosinistra che vota PD (oltre a quella parte che si identifica con SEL o IDV) e che ormai mostra palesi segnali d’insofferenza per il sostegno supino al Governo Monti e per le strategie confuse e attendiste in vista del futuro.

Un luogo che sia palestra per una classe dirigente giovane, colta e preparata e che intessa il dialogo perfino con esponenti autorevoli di questo stesso Governo, si pensi al Ministro alla Coesione Territoriale Fabrizio Barca ed alle sue idee fuori asse rispetto alle direttrici montiane.
Soltanto in questo modo potremo mandare in soffitta gli alchimisti della rincorsa ai moderati e raddrizzare le nostre sorti con sguardo lucido e coraggioso.

Giuseppe Morrone

sabato 14 luglio 2012

I sommersi e il salvato


“Prendo il giornale e leggo che di giusti al mondo non ce n’è”. Così iniziava il “Mondo in M7”, un brano musicale che scalò le classifiche. Era il 1966 e bastava infilare una moneta da 50 lire nel juke-box perché i bar del centro e della periferia delle città, si riempissero della voce di Adriano Celentano e si gonfiassero di indignazione. Il suo rap ante litteram soffiava sul fuoco che covava sotto la cenere. Eravamo ai preliminari della grande contestazione del ’68. Da allora la giustizia nel mondo non è aumentata, al contrario dell’assuefazione alle terribili notizie.

Mercoledì 11 luglio 2012, prendo il giornale e leggo che 54 immigrati provenienti da Tripoli sono morti in mare. Ma la notizia non fa grande clamore. Un naufragio di Costa Crociere fa più audience. Sono morti di sete, non annegati, come invece capitò a Fleba il fenicio, il fluttuare delle cui membra nelle acque marine è cantato da Thomas Stearn Eliot, rendendolo così eterno. Non esiste una classifica di morti terribili. Eppure morire di sete in una distesa d’acqua ci appare ancora più assurdo e mostruoso, come annegare in una pozzanghera nel deserto del Sahara. Solo che quest’ultimo è un paradosso mentale, l’altra una tragica realtà quotidiana.

L’acqua è un bene comune. Sì, ma a costo di grandi lotte e comunque non in mare. Là il non possesso traccia il confine tra la morte e la vita. Erano partiti in 55, uno solo può raccontare il progredire della micidiale disidratazione collettiva. Ma di che vita vivrà? I sommersi e il salvato. Primo Levi, in conclusione della sua splendida trilogia, scriveva che in fondo tutto quello che aveva voluto dire è che l’immane tragedia dell’olocausto, per il solo fatto di essere già accaduto, avrebbe potuto ripetersi. E’ vero, ma qui la tragedia si ripete con frequenza infinita. La bella stagione è amica della morte, ancor più della cattiva. 170 morti dall’inizio del 2012? Quelli sicuramente accertati. Ovvero non meno, ma quanti siano stati in realtà nessuno lo può realmente dire. E di tutto ciò resta solo qualche dichiarazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Il nostro ministro Riccardi ha auspicato il rafforzamento del dialogo e della cooperazione. Altri neppure questo.

Qualcosa si è mosso nel nostro paese per regolarizzare le presenze di cittadini extracomunitari. Too little too late, direbbero gli inglesi. Intanto il mare nostrum continua funzionare come un cimitero liquido di capacità illimitate. La vecchia Europa sprofonda nella crisi creata dalle assurde regole imposte dalle elite che la comandano, mentre le giovani generazioni d’Africa muoiono di guerra, di fame, di sete. E’ il nuovo mondo, cui bisognerebbe ribellarsi, non più in M7, in G20.

Alfonso Gianni

Fonte: unita

Dal no al liberismo una nuova sinistra


La politica non può diventare la fabbrica dell’obbedienza, lo spazio senza alternative, il circoscritto reparto di una specializzazione tecnica. Per questo ho trovato la discussione aperta da Mario Tronti sull’Unità una vera e propria boccata d’aria, di fronte al dilagante conformismo di maniera. Tronti, seguito da Vendola ed altri autorevolissimi contributi, parla di noi, della sinistra e della sua soggettività politica, per parlare del mondo e delle cose che possono provare a trasformarlo. È un esercizio di onestà intellettuale che non appartiene ai tardi epigoni di Margaret Thatcher, che soleva dire, in spregio ai suoi oppositori, che solo con T.i.n.a. (There is no alternative – al liberismo – of course) avrebbe potuto affrontare i problemi del suo paese. È un vecchio vizio dei conservatori travestire d’oggettiva necessità le loro scelte. Neppure l’azzardo dell’affermazione della propria ragione contro il torto altrui, solo l’annullamento sistematico della legittimità dell’altro. Il pragmatismo liberista è vissuto di questa rendita e ha fagocitato progressivamente, con le sue leggi “oggettive” e il “neutro” interesse del mercato, la sfera dell’economia e poi quella della politica. Le parole di Tronti come pure quelle di Rosi Bindi, per dire di chi non viene dalla mia storia, hanno affrontato il problema da un’angolazione che critica il paradigma liberista, cosa che condivido profondamente.


Il tema è, quindi, individuare quale spazio per costruire un nuovo campo in cui far crescere le idee differenti dal “liberismo necessario”, di cui ci parlano in continuazione, e quali pratiche democratiche per rompere la principale conventio ad escludendumdei tempi nostri, quella delle persone. Per me l’oltrepassamento delle due sinistre, non la loro fusione frigida, parte da queste due ambizioni. Il primo terreno è quello europeo. La proposta degli Stati uniti d’Europa sta in piedi solo se si riuscirà a configurare un vero demos europeo. Per farlo non ci servono discussioni grottesche sulle identità, che per fortuna esistono e rappresentano una ricchezza, ma sulla possibilità di strutturare un patto di cittadinanza, la cui base non può che essere l’unificazione di politiche attive (welfare, energia, ambiente, diritti sindacali, politiche industriali, infrastrutture). Con ciò sarà più forte il coordinamento delle politiche fiscali e di bilancio. Questo è il primo terreno di convergenza che vedo tra noi, il Pd e tante forze sociali e civili, come viene giustamente esplicitato da Latorre e Vita. Proprio per praticare tale strada dobbiamo decidere se in Italia possa esistere una soggettività politica che contribuisca alla critica del paradigma liberista e che progetti una proposta di governo alternativa a quello esistente. Il Pse, che in Europa sta affrontando con serietà la critica al quindicennio neoliberista blairista, è il campo privilegiato di questa convergenza.

Per un tentativo del genere va archiviato Monti, il montismo e, aggiungerei, il tatticismo esasperante che ha introiettato ineluttabilmente l’assenza di alternative. Persino il tanto invocato rinnovamento, necessario e non rinviabile, deve essere in primo luogo un cambio di politiche e di persone che le sostengono. In questa prospettiva non vedo come sia praticabile ciò che alcuni chiedono, a partire da Casini, ovvero impegnarsi fin d’ora a proseguire le politiche di Monti. Non mi convince la tesi di Macaluso e onestamente non vedo, dopo i provvedimenti votati per la “salvezza” dell’Italia, come si possa ancora negare la natura classista di Monti che loda i fallimentari Mussari e Marchionne mentre non perde occasione per additare come nemici del popolo e della “patria” tutti quelli che si permettano di contestare le sue scelte, a partire dai sindacati.

Infine, credo che il terreno per una condivisione, un nuovo inizio per le forze di rinnovamento nel nostro paese sia quello di praticare una democrazia diretta e radicale. Non un estenuante rinvio delle proprie responsabilità, un eterno processo referendario, ma una pratica di relazioni che consenta alle idee di attraversare i partiti e non viceversa. Del resto, le proposte più innovative venute dalle primarie sono state anche quelle vincenti. Passiamo subito all’azione, costruiamo luoghi dove si possa decidere insieme a tanti cittadini che credono nella politica come strumento per il cambiamento quali siano i nostri obiettivi, impegnandoci a mantenere i patti con il nostro popolo anche dopo le elezioni. Non una resa di conti tra storie che, ha ragione Bindi, appartengono effettivamente al passato, ma un luogo comune e plurale di costruzione del presente e del futuro.

Gennaro Migliore

Pubblicato su l’unità