Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull'ingiustizia. Enrico Berlinguer

lunedì 16 aprile 2012

L'amore assassino











L’assassinio di donne è all’ordine del giorno, come cronaca di quotidiana, efferata violenza di uomini sulle donne. Atavica pulsione maschile, spesso in agguato tra le mura domestiche più che nei luoghi – lo ripetiamo ad ogni femminicidio – esposti o poco protetti delle metropoli. E pulsione densa, viene subito da dire ai più, di tutti gli arcaismi immaginabili e ipotizzabili, un male dei primordi delle relazioni tra i sessi, che la modernità dei diritti, l’emancipazione delle donne, la libertà femminile non sono riusciti a debellare. Ma le cose non stanno proprio così ed è fuorviante attenersi allo schema interpretativo che mette in primo piano come spiegazione il carattere arcaico della violenza maschile, la logica patriarcale ad essa sottesa.

Uno schema di questo genere è in realtà nient’altro che una sorta di meccanismo giustificatorio e liberatorio, che impedisce di guardare più da vicino le questioni, nascondendole dietro l’indecifrabile cortina di un’ incombenza che vien da altri mondi e epoche e qualche volta esce fuori, così, come un male della natura. E contro cui dunque quasi nulla di veramente risolutivo si può fare, se non invocare la moltiplicazione dei dispositivi di sicurezza a protezione dell’incolumità delle donne. Ma a che servono misure di questo genere quando la violenza è quella della casa dove si condivide una storia d’amore nata o andata a male o all’improvviso impazzita come la maionese e quando la mano assassina è quella di un uomo con cui condividi quel tratto della tua vita? Atavica pulsione maschile sicuramente: su questo aspetto non c’è molto da dire, la storia delle relazioni tra i sessi ce lo racconta fin nei dettagli. Espressione tuttavia, questa pulsione, non di un’epoca arcaica ma in tutto e per tutto della nostra epoca, delle sue contraddizioni e dilemmi, delle sue libertà e strettoie, dei suoi passi avanti e delle sue regressioni.

Riprendo un passaggio contenuto nell’articolo di Celeste Costantino intitolato “La fortuna di non essere uccisa”, del 4 aprile scorso. Il passaggio mette a fuoco un aspetto a mio giudizio di grande importanza, che contribuisce ad affrontare il problema dal verso giusto. Scrive Celeste che“aumentano le violenze fra le giovani generazioni e la maggior parte delle uccise quest’anno non aveva superato i 35 anni”. In tempi di crisi, argomenta ancora Celeste, “l’umanità che ci troviamo di fronte è un’umanità abbrutita, di sconvolgimento dei ruoli. Se da una parte lo stato di precarietà avvicina i ragazzi e le ragazze e li mette nelle condizioni di ragionare intorno ad un’idea indifferenziata di cittadinanza, dall’altra parte la condizione “nuova” per i giovani uomini di non rispecchiare il modello materiale del padre – il ruolo che gli è sempre spettato nella società – porta con sé un lutto senza elaborazione con dentro un grande carico di violenza.

Oggi l’unica “cosa” che puoi possedere è un’altra persona.” Penso che si debba partire proprio da qui, perché qui, nel lutto non elaborato di qualcosa che si è perso senza sapere neanche che cosa fosse ma che ti performava l’esistenza e dava ordine alle cose della tua vita, proprio in questo consiste il nocciolo duro della questione. L’amore assassino che muove oggi la mano maschile non è il frutto velenoso dell’ordine patriarcale ma, al contrario, della dissoluzione di quell’ordine. La violenza maschile contro le donne è indizio oggi non del patriarcato, ma della sua crisi. Il lessico lo dice, perché le parole mettono in luce non solo la cornice e l’affresco di una fase storica ma quello che c’è dietro, soprattutto le parole nuove. inventate, riacchiappate, stanno a indicare i passaggi e le svolte, soprattutto quelle radicali.

L’affermarsi, per esempio, di una parola inedita e acuminata come “femminicidio” è emblematico: parola impensata e impensabile in epoca di dominio patriarcale, con le donne prive di soggettività giuridica e statuto morale, minus habentes da indirizzare, controllare, punire se necessario. Violenza sulle donne legittima, dunque, con quell’ordine, perché le donne dovevano fare quello che dovevano fare: punto e a capo. Stare al loro posto. E se le cose non quadravano la potestà maschile era legittimata a intervenire. Sino a un certo punto? Niente affatto, perché, in ogni caso la riprovazione sociale era sempre contro la donna che disobbediva. E’ con la crisi di quell’ordine, di quella potestà, che la violenza contro una donna, l’assassinio di una donna vengono riconosciuti per quello che sono. L’hanno chiamata così le donne in primo luogo, non accettandola più come qualcosa di naturalmente connesso all’esercizio di un’autorità riconosciuta. Potere maschile considerato invece arbitrario, lesivo della dignità e autonoma soggettività femminile.

Ma è proprio la sfaldamento dell’autorità maschile, non sostituita da un altro modo di approcciarsi al mondo e alle relazioni con l’altro sesso, che alimenta la società del disagio maschile. Non tutti assassini di donne, ovviamente, ma tutti, salve rare eccezioni, incapaci di farsi carico del problema come di una questione che li riguarda sul piano sociale e simbolico, se non, va da sé su quello giudiziario.

La crisi del patriarcato ha trovato gli uomini muti e incapaci finanche di capire la natura profonda delle trasformazioni dei rapporti tra i sessi e la natura nuova e fuori norma della violenza maschile. Per loro, per tutti i maschi, quell’ordine non era il frutto di una complessa costruzione storico-sociale e di antropologia umana, ma una sorta di stato naturale delle cose, interiorizzato e vitale per il loro stare al mondo. E’ come se si fosse dissolta la tutelante coperta di Linus. Poche voci intermittenti e molto silenzio. Ciò che viene chiamata violenza sulle donne si estende, si allarga, a misura che le donne stesse acquisiscono libertà e accesso a ruoli di potere, mettendo in discussione molte cose.

Come sottolinea Celeste Costantino, questa violenza penetra a guastare i rapporti delle generazioni più giovani, quelle che dovrebbero costruire le basi di una nuova civiltà delle relazioni tra i sessi. Libertà e potere femminili fanno paura e non a caso la violenza maschile si esprime anche nella misoginia di leggi repressive e lesive anche della libertà sessuale e riproduttiva e in forme di regressioni culturali sempre dietro l’angolo, in formule di giustificazione dei femminicidi che dovrebbero inquietare e suscitare riprovazione. E invece passano. “L’ha fatto per amore”. Nel frattempo impotenza e frustrazione subentrano anche nei giovani maschi, di fronte alla perdita non elaborata di un’autorità che una volta era legittima – quando famiglia e comunità sociale gravitavano intorno alle figure di capi maschili – e ora non conta o conta se la donna l’accetta e la condivide.

E’ da qui che bisognerebbe ricominciare a ragionare, ipotizzare, sperimentare, soprattutto tra i più giovani, ragazze e ragazzi. Farne un tema di narrazione, rappresentazione, sfida dei giovani maschi nel rapporto con le loro coetanee e con le donne in generale. Salve ovviamente tutte le misure che possano aiutare ogni donna che ne abbia bisogno a scampare al suo aguzzino. E possibilmente a prevenire.

Se non da loro, dai giovani di oggi, da chi può venire un passo decisivo a farne un problema di tutti, della società, delle relazioni che contano per il presente e il futuro, e non soltanto delle vittime?

Elettra Deiana

giovedì 5 aprile 2012

Una riforma contro il lavoro











Valuteremo nelle prossime ore con maggior dettaglio il testo della riforma Fornero-Monti. In ogni caso vi è nei fatti un problema di metodo gigantesco, la riforma Fornero nasce e si sviluppa nei sottoscala della politica, in accordicchi tra i partiti che sostengono in Parlamento il governo Monti, fuori da un confronto reale con il Paese e le forze sindacali. Il sindacalismo italiano potrebbe uscire indebolito ed umiliato da questa riforma.

Inoltre si mette la parola fine sulla straordinaria vicenda del diritto del lavoro italiano come diritto asimmetrico, capace cioè di riconoscere e tutelare il soggetto più debole – cioè il lavoratore – nel rapporto con l’impresa.

La cura, per quello che Monti e Fornero chiamano il ” dualismo perverso”, del mercato del lavoro, ovvero la difformità di tutele fra lavoratori stabili e lavoratori precari, è infatti risolta tout court con un livellamento al ribasso, scegliendo non di ampliare le garanzie ma di ridurle a chi le aveva conquistate.

In particolare riteniamo sbagliata la riforma per le modalità con cui affronta alcuni snodi fondamentali:

- l’articolo 18 per come lo abbiamo conosciuto non esisterà più, il reintegro è reso quasi impossibile e lo spazio d’intervento del giudice relativamente alla insussistenza non è ben definito. La questione è clamorosamente confermata dallo stesso Monti, che si è affrettato a tranquillizzare le aziende specificando che “il reintegro è riferito a fattispecie estreme ed improbabili”. Su questo punto si allude anche ad un cambio sostanziale di pelle e ruolo del sindacato, protagonista della conciliazione e anche della presa in carico per la ricollocazione del dipendente (insieme alle agenzie di somministrazione).

- L’apprendistato dovrebbe diventare il contratto prevalente per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Intanto la riforma mette le mani avanti: per i prossimi tre anni su dieci apprendisti l’azienda avrà l’obbligo di assumerne tre. Inoltre in barba alla centralità del contratto a tempo indeterminato ogni tre assunti due potranno essere in apprendistato (oggi il rapporto è uno a uno). In ogni caso l’apprendistato di cui stiamo parlando è quello di Sacconi, normato dal testo unico decreto legislativo 187 del 2011 che prevede tra le altre cose una sostanziale riduzione della parte formativa e addirittura l’autocertificazione delle imprese circa la formazione erogata all’apprendista.

- I contratti a termine non dovranno essere più giustificati con il c.d. “causatone”.

- Persino la norma sulle partita iva rischia di essere un vero pasticcio perché uccide la natura del lavoro indipendente nel ricondurlo alla forma contrattuale dei co.co.pro. Inoltre risulta difficile per un professionista decidere ex ante se un contratto rischia di divenire il 75% delle sue entrate e assumere il profilo della monocommittenza.

- Non viene abolita nessuna delle quarantasei forme contrattuali, nemmeno le più precarie, tra cui il contratto d’inserimento, il lavoro intermittente, la collaborazione a progetto.

- Anzi viene reintrodotta, assente nella precedente bozza, la forma odiosa dell’associazione in partecipazione.

- Nulla per combattere il precariato.

- Nulla sul reddito minimo.

- Nulla sulle politiche per lo sviluppo della nostra economia.

- Sugli ammortizzatori la situazione è drammatica: si passa da un sistema che garantiva, con le diverse forme, uno scivolo che poteva arrivare fino a quattro-cinque anni e il mantenimento del rapporto con l’impresa, ad un sistema che sgancerà immediatamente l’azienda dai lavoratori, lasciandoli totalmente soli con un sostegno economico di pochi mesi a separarli dal dramma della crisi economica e della disoccupazione.

Le cose vanno chiamate con il loro nome, siamo di fronte ad una riforma contro il lavoro. Il governo Monti sotto la spinta di una ideologia feroce, quella del conservatorismo globale, toglie valore al lavoro e lo subordina alle dinamiche macro economiche. Lo Stato nazionale piegato dalla crisi finanziaria scarica le sue difficoltà sul lavoro, le famiglie, le piccole imprese. La riforma Monti Fornero trasforma il diritto al reintegro da regola ad eccezione, monetizza il rapporto di lavoro svalorizzandolo e abbandona le persone che perdono il posto di lavoro al loro destino individuale. Così si abbatte il welfare, o quello che ne rimaneva, e il sistema di protezione sociale costruito nell’Europa del secondo novecento.

Siamo convinti che la mobilitazione sociale e sindacale, il conflitto e la discussione parlamentare possono ancora evitare questa tragedia.

L’alternativa, anche di governo, si costruisce a partire dalle tutele del lavoro, soprattutto in una fase recessiva come quella in corso, da risposte concrete per i precari, da un welfare inclusivo che non lasci nessuno da solo di fronte alla crisi e che si faccia carico delle difficoltà di futuro per i più giovani e per le donne. Questa riforma non porterà neanche un posto di lavoro in più e consegnerà centinaia di migliaia di persone ad un impoverimento progressivo senza prospettive e certezze.

Sinistra Ecologia Libertà ha scelto da tempo da che parte stare, verificheremo nei prossimi giorni cosa farà il resto del centrosinistra.

Massimiliano Smeriglio

lunedì 2 aprile 2012

Piantiamo Bene Comune


Nella mattinata di ieri, domenica I°Aprile, il circolo cittadino di Sinistra Ecologia Libertà ha promosso l'iniziativa "Piantiamo Bene Comune", presso piazza Buccini, meglio nota con il nome di Piazza San Pasquale. Scopo della manifestazione è stato quello di porre all'attenzione dell'amministrazione comunale la centralità degli spazi verdi e la manutenzione delle piazze cittadine. Per l'occasione sono state interrate circa 30 piantine, con l'obiettivo di abbellire una parte della piazza oggetto dell'attacco di giardinaggio.

"Le aree verdi cittadine - ha dichiarato Alessandro Martino, coordinatore di Sinistra Ecologia Libertà - versano in uno stato di completo abbandono. Pensiamo che sia opportuna e necessaria una manutenzione quotidiana del verde pubblico e che, soprattutto, si debbano individuare nuove aree da destinare a parchi cittadini, aree gioco e percorsi vita. Così facendo - ha continuato Martino - si potrà contribuire al miglioramento della vivibilità cittadina, contrastando, in parte, l'inquinamento che gia troppi danni ha causato alla nostra comunità".

Gli attacchi verdi proseguiranno nelle prossime settimane con il chiaro e manifesto intento di promuovere una cultura diffusa, che contrasti il degrado urbano e l'incuria delle aree pubbliche.